Platone e la battuta float! Seconda edizione. Un approccio filosofico alla motivazione dello sportivo.

Seconda edizione ampiamente rivista. In anteprima l’introduzione. Abbonati al blog per ricevere a cadenza quindicinale gli altri capitoli.

 

       Pare che il filosofo Talete, distratto dai suoi pensieri, sia morto cadendo in un pozzo. Mi pare che abbia meritato la sua fine. Al capo opposto e dopo oltre due millenni Karl Marx elaborò la stringa più significativa della filosofia post kantiana: i filosofi fino ad ora hanno interpretato diversamente il mondo, bisogna trasformarlo. Purtroppo il progetto di trasformazione del mondo che faceva riferimento al lavoro di Marx è storicamente fallito. Anche questo fatto, sebbene drammatico, è stata una giusta conseguenza del suo copertinalibro Renatoapproccio. Marx, che era un filosofo, pensava che la trasformazione del mondo potesse avvenire a partire dal rapporto materiale tra gli uomini, sintetizzato nei rapporti di forza del processo produttivo. Talete rappresenta il mare in un giorno di calma piatta, Marx è l’emblema della tempesta che trasforma.

       La realtà è che la filosofia non è in grado di intervenire nei rapporti di forza del processo di produzione e non può offrire agli uomini quelle risposte intime sul senso ultimo della vita. Tra questi due estremi c’è però un mondo inesplorato.

       Fortunatamente di recente la filosofia sembra aver intrapreso una strada mediana tra il pensiero che osserva e l’azione che trasforma: l’elaborazione di pensieri si concretizza in una pratica filosofica che si preoccupa di aiutare gli uomini a comprendere meglio le loro vite e le loro nevrosi. Potremmo coniare un nuovo motto: pensare per vivere meglio!

       Ritagliandosi questo spazio la filosofia ha perso la capacità sistematica dei grandi pensatori del passato, non vive più della grande passione sociale dei grandi filosofi ottocenteschi, ma forse si è disegnata un compito meno pretenzioso, però alla sua portata. La filosofia, nei fatti, sta raccontando un nuovo progetto, quello di una disciplina umanistica che lascia alle scienze e alle tecniche la risoluzione dei problemi concreti degli uomini e alle religioni il compito di restituire un senso complessivo fondato su un atto di fiducia ad una realtà che agli occhi dei più appare abbastanza sgangherata ed insignificante.

 

       In questo mondo, uno dei continenti abitato felicemente dai filosofi è quello del counseling, la pratica del parlare e del filosofare: la filosofia come aiuto alla risoluzione dei piccoli problemi e delle piccole nevrosi dell’uomo.

       Il libro di Irvin Yalom, Le lacrime di Nietzche, indaga in maniera molto profonda, anche se sul piano romanzesco, questa terra di mezzo tra filosofia e terapia.

            Immaginiamo in un mondo borghese sul finire dell’ottocento, un uomo di cultura come Nietzche in preda ad evidenti disturbi della personalità. Avrebbe potuto rivolgersi ad un medico, il quale però al massimo gli avrebbe potuto dare dei buoni consigli e suggerirgli di passare qualche mese di relax. Oppure, cosa improbabile per il personaggio in questione, avrebbe potuto rifugiarsi in un confessionale o addirittura chiudersi in un convento. Per dirla con Zucchero una sana inconsapevole libidine avrebbe più semplicemente salvato Nietzche dallo stress e dall’Azione cattolica. Il nostro filosofo, nella finzione romanzesca di Yalom, si imbatte invece nel dottor Joseph Breuer, il quale fu realmente l’ispiratore del giovane Freud, ideando il metodo catartico per curare la più famosa paziente nella storia della psicanalisi, Bertha Pappenheim (Anna O), la quale accusava sintomi nevrotici, quali emi paralisi e disturbi della vista e della capacità di parlare. Ecco allora che nel racconto di Yalom il rapporto tra filosofia e psicanalisi si abbozza in un interessante scambio reciproco tra il medico Breuer e il filosofo Nietzche ed è in quello stesso racconto, a mio modesto avviso, che lo psicanalista Yalom, anche inconsapevolmente, ritaglia un ruolo importante per la pratica filosofica, ben distinto da quello incarnato dal dott. Breuer e dal giovane Freud che si affaccia nel romanzo tracciando il futuro della nuova scienza psicanalitica.

Lo stesso Yalom, confesso, ispira molte di queste pagine con gli altri due romanzi (Il problema Spinoza, La cura Schopenhauer ) e soprattutto con il suo libro, Il dono della terapia, nel quale ho trovato una descrizione puntuale del rapporto che dovrebbe avere un qualsiasi individuo in qualsiasi ruolo con una persona della quale si prende cura. Sia chiaro, quello che io vedo nei testi di Yalom è quello che un filosofo dilettante può vedere osservando il mondo e frequentando gli essere umani. Yalom è uno psichiatra di fama internazionale, psicoterapeuta di scuola esistenzialista: non ho nessuna intenzione di interpretare le sue teorie che nascono e si sviluppano in un ambito specialistico molto circoscritto e ribadisco la mia convinzione sul fatto che nessun laureato in filosofia che si avvicini al mondo del counseling possa avere la presunzione di curare essere umani.

       Il progetto del counseling attribuisce alla filosofia un compito molto interessante, tuttavia questo compito è un po’ troppo pretenzioso per me. Lascio questa incombenza a chi è più preparato e agli aspiranti psicofilosofi, i quali sicuramente non faranno più danni di tanti figli di Freud… se sopravviveranno alle lobbies degli ordini professionali e si limiteranno alla loro missione. Mi contento qui di citare Epitteto e Seneca che già nell’epoca antica avevano svolto il compito di consolatori e consultori filosofici per alleviare le pene dell’umana esistenza. Oggi non ci inventiamo nulla, quindi possiamo solo sperare che la filosofia proceda spedita su questa strada, tentando di recuperare il tempo perduto da Seneca ad oggi!

          Ma allora, se non sono uno psicologo, uno psichiatra e nemmeno un consulente filosofico, cosa sto scrivendo? Tornando a questo libro e alle minime pretese che lo animano posso dire che si tratta di un libro di counseling filosofico applicato allo sport in generale e alla pallavolo in particolare. Chi scrive è un coach dilettante e un filosofo dilettante, quindi svolge queste due attività con il massimo del piacere e della passione.

      Questo racconto, perché alla fine si tratta di un racconto, nasce da tanti anni di frequentazione dei campi di pallavolo e dei libri di filosofia, nonché dallo studio sistematico di alcuni approcci alla motivazione in campo sportivo. Tutto quello che ho visto e praticato ad un certo momento pare essere confluito in una pratica di coaching centrata sul tentativo di far rendere al massimo una squadra di dilettanti. La particolarità di questo tentativo consiste nello sforzo di produrre nell’atleta non solo una motivazione interiore che sovrasta gli impulsi esterni, ma anche capacità tecniche che nascano dall’atleta stesso prima che dal condizionamento del coach. Tutti qui.

       Naturalmente questo libro non servirà a nessuno per vincere una partita e non è un manuale tecnico per motivatori, è piuttosto una storia, fatta di tante storie che raccontano il mio approccio alla gestione di un gruppo di pallavolo.

       Molti atleti che ho avuto in passato si riconosceranno in tutto o in parte in queste storie oppure si sentiranno estranei a quello che racconto. Questo è dovuto al fatto che la consapevolezza di quello che vado facendo in palestra matura giorno dopo giorno e perché è mia convinzione che in un rapporto tra coach, squadra e singolo atleta ci sia una influenza reciproca e costante che rende diversi (e spero migliori) tutti i protagonisti di questo intreccio esistenziale, i quali apparentemente lottano per un punto, una partita, un campionato, ma che in realtà si allenano a vivere.

 

  

 

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