I Vangeli ci offrono delle stupende narrazioni minimaliste. A due di queste novelle penso spesso quando gestisco un gruppo. Immancabilmente durante un anno perdiamo o rischiamo di perdere qualcuno. Incomprensioni con la squadra, con il coach, frustrazioni agonistiche, uno stile di vita che porta all’abbandono delle sfide, capricci. Che fare in questi casi? Trascurare le novantanove pecorelle per rincorrere quella smarrita? E quando il figliol prodigo torna a casa invitare parenti ed amici per fare festa? Il problema neanche si pone se pensiamo al singolo atleta smarrito, ma spesso esplode in tutta la sua drammaticità in relazione al gruppo…a quelli che sono restati ad ingoiare rospi e farsi il mazzo in palestra. Certamente dal punto di vista di una giustizia agonistica e di dinamiche da branco non è positivo che il gruppo assista allo spettacolo di un allenatore che rincorra un atleta capriccioso. La reazione sarà sempre la stessa: e io allora che ti sono stato sempre vicino?. Però se abbiamo fatto nostro il motto I care e non lo abbiamo fatto perché è fico ma perché ne siamo convinti è evidente che ogni membro del gruppo comprenderà che va fatto ogni tentativo per recuperare ognuno di loro. Questo nostro atteggiamento, se abbiamo instaurato uno stile condiviso, infondera’ sicurezza ai singoli: quando sarò in difficoltà il coach ci sarà ache per me.
L’importante è attenersi a due regolette:
A) avere lo stesso comportamento con tutti e di conseguenza non rincorrere un atleta perché è forte e senza di lui si perderà una partita;
B) non tollerare da parte della pecorella smarrita atteggiamenti di sfida al gruppo: ho vinto io e mi comporto da vincitore!

