Gestire il talento

maradona

Ogni allenatore si è trovato a confrontarsi con un ragazzo che per il contesto nel quale si colloca appare come un talento, un genio, un fuoriclasse. Come comportarsi con questi ragazzi? Lasciarli liberi di esprimere tutta la loro potenzialità? Tentare di imbrigliarli in regole e schemi perchè in una squadra sono tutti uguali? Il giovane talento può crescere liberamente o va indirizzato verso dei target specifici? Il talento va fatto crescere tranquillo o va buttato nella mischia?

Tutte queste domande sono oziose, ogni storia è una storia a parte, che tiene in conto particolarità e peculiarità di ogni ragazzo. Lo sport è pieno di talenti precoci che a diciotto anni si caricavano le squadre sulle spalle o gestivano il proprio sport individuale da veterani consumati.

Leggendo le biografie di sportivi considerati talenti puri si scopre che già dalla più tenera età hanno fatto cose che hanno successivamente permesso loro di essere riconosciuti come campioni naturali. In realtà il primo calcio ad un pallone di Maradona sarà stato tanto impacciato come quello di un qualsiasi suo coetaneo dotato delle stesse abilità motorie. Il fatto è che Maradona, dopo aver dato il suo primo calcio ad un pallone, ne ha dati talmente tanti, con una tale motivazione che ha sviluppato un talento superiore a quello di qualsiasi altro ragazzo dotato delle sue capacità psico fisiche.

.Chi è più dotato di mezzi naturali è portato naturalmente ad utilizzarli per una specie di legge della conservazione del proprio status. Un ragazzo che sa tirare i rigori si allenerà spontaneamente a tirarli anche per poter rimanere il rigorista della società e tirare tanti rigori non gli costerà fatica. Questo perchè per essere il più bravo a tirare i rigori ha praticato quelle attività necessarie a raggiungere il suo status tante e tante volte che ora gli sembrano naturali, dandogli anche enorme soddisfazione nel realizzarle. Si potrebbe facilmente obiettare: chi non sa tirare i rigori sarà ancora più motivato a raggiungere il compagno. In realtà questo gap da colmare porta frustrazioni e spesso la confezione di alibi devastanti. Inoltre nella pratica talento è un ragazzo che per le doti naturali e l’uso che ne fa da una tenera età riesce a fare facilmente cose che agli altri costano una enorme fatica. Tanto più riesce bene, tanto più troverà piacere nel fare le cose nelle quali riesce. Se un palleggiatore gioca con semplicità e soddisfazione l’attacco di secondo tocco sarà portato a farlo all’infinito. Magari il coach si innervosisce perchè questa insistenza mortifica alcuni schemi giudicati più produttivi. Ma se noi stroncassimo questa abitudine produrremmo senz’altro una involuzione generale del nostro palleggiatore, sostanzialmente perchè non sarà più in grado di divertirsi come prima, trovando meno soddisfazione nel praticare il proprio talento.

La risposta alla domanda iniziale non può che andare quindi nella direzione della necessità per un coach di assecondare le attitudini del talento inserendole nel sistema di squadra e favorendone l’esecuzione il maggior numero di volte possibile. Il giovane talento, a mio avviso, va assecondato in tutto, costruendo nuove competenze sempre a partire da quelle che già possiede e organizzando la squadra in modo da utilizzare le doti del talento geniale.

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