Coaching e metodo di allenamento sportivo

Il mental coaching è di moda. Benissimo. Tuttavia questo fenomeno ha portato ad un certo abuso di azione specifiche finalizzate alla motivazione degli atleti. Stessa cosa avviene nel mondo della scuola e del lavoro. Siamo pieni di formatori, mental coach, motivatori. L’intenzione è buona, ma quando è troppo è troppo.

A mio avviso il peccato che deriva da questa moda è mortale: considerare che il lavoro mentale e l’ allenamento fisico, tecnico, tattico siano considerate due cose indipendenti. Non è così!

Se sono l’AD di un’azienda relativamente piccola non seleziono un tale per la direzione del personale e un altro per motivare il personale. Sprecherei soldi e i due prima o poi verrebbero alle mani.

Utilizzando alcune considerazioni sulla motivazione in una squadra di pallavolo credo di poter presentare un modello globale che possa essere utilizzato in ogni organizzazione.

Sulla convinzione della necessità di una visione globale si fonda il progetto Equilibrium , il quale è rivolto principalmente alla formazione dello staff tecnico (e dirigenziale), mentre le attività di mental training rivolte alla squadra servono a facilitare il compito dello staff tecnico e vanno concepite e progettate in un’ottica di completa sinergia con la vision della società.

Qui di seguito provo ad illustrare alcune linee del metodo di allenamento elaborato nell’ambito del progetto di formazione per coach sportivi. Metodo che può essere utilizzato in qualsiasi organizzazione del lavoro.

Equilibrium ha il suo centro nel lavoro globale ed è mirato a promuovere lo sviluppo autonomo delle competenze tecniche e delle motivazioni dell’atleta e della squadra, confidando nella capacità di atleti e squadre di autodeterminarsi.

E la tecnica che fine fa? L’ attenzione alla tecnica non confligge con la centralità riconosciuta al lavoro globale e sebbene non corrisponda in tutto alla capacità di gioco, ne è il presupposto.

Un semplice esempio. Se non so ricevere un pallone, la mia squadra non giocherà mai nella fase di cambio palla. Per i non addetti al mondo della pallavolo: se quando gli altri battono noi non riusciamo a ricevere non attaccheremo mai. Tuttavia il saper ricevere non esaurisce affatto quello che io faccio quando un avversario è in battuta e che è rappresentato dalla mia capacità di gioco. Tutti abbiamo sotto gli occhi ottimi ricettori in allenamento che naufragano in partita. Perché? Perché la ricezione individuale in allenamento e quella di squadra in partita sono lontane parenti.

Se in azienda ho un ottimo consulente di vendita, ma le sue vendite non mi fanno crescere di nulla la somma delle statistiche aziendali dovrò farmi qualche domanda.

D’altra parte se credo che la resilienza e l’adattamento siano la base della selezione di atleti e di squadre di eccellenza, come lo sono per la teoria dell’evoluzione di Darwin, allora devo allenare la resilienza e l’adattamento ad una situazione di gioco che riproduca la più difficile situazione di gara. Non serve istruire i miei dipendenti sulle tecniche di vendita. Li devo far giocare per la vittoria di squadra in situazioni di estrema difficoltà.

Per atleti e lavoratori è lo stesso discorso: non basta che siano compenti. Debbono saper giocare.

Restiamo nello sport. Nella pallavolo gli esercizi tecnico-analitici e sintetici sono svolti e pensati con due scopi e sono messi in campo solo per questi due motivi:

a) formare gli atleti (prevalentemente nella loro fase sensibile: 8/16 anni), aiutandoli a sviluppare autonomamente la capacità di gioco;

b) compensare carenze individuali e sviluppare nuove competenze in funzione dei principi di gioco adottati dalla squadra.

Questo schema è fondato su un’unica convinzione: quello che serve è la continuità tra tecnica e gioco.

Le competenze vanno poi arricchite con un metodo progressivo, secondo il principio dal facile al complesso, ma sempre utilizzando le situazioni di gioco come strumento basilare per stimolare l’autoapprendimento di nuove tecniche.

Non s’impara a giocare a pallavolo battendo una palla contro il muro, ma giocando a scuola, nel cortile, sulla spiaggia e in palestra!

Naturalmente in ogni allenamento è presente una percentuale di lavoro analitico e tecnico, tuttavia questo segmento è funzionale ad una focalizzazione sulla precisione dell’esercizio e il fine deve essere la trasformazione immediata della tecnica in gioco.

Un dirigente che non abbia fatto gavetta o se ne sia dimenticato non sarà mai un buon dirigente. Un attaccante che non alleni la sua difesa non sarà mai un giocatore completo. Naturalmente è una questione di percentuali: l’AD della Fiat che passi tutta la mattinata a telefonare ai clienti non fa quello per cui è pagato. Una telefonata ogni tanto tentando di vendere il nuovo modello ad un vecchio cliente potrebbe aiutarlo.

Negli atleti dotati di una capacità di gioco più strutturata il lavoro tecnico analitico è centrato sulla continuità e ritmo di esercizio. In questo secondo caso si tratta di stimolare l’allenamento al gioco, non la conoscenza di nuove tecniche. Resta il fatto che eseguire una tecnica a duecento all’ora o a velocità da ciclo urbano sono due cose diverse e richiedono lo sviluppo di adattamenti (anche tecnici) diversi. Allenare il ritmo, per l’atleta evoluto, significa stimolare lo sviluppo di una nuova tecnica di gioco adattata e modellata personalmente in maniera consapevole e non.

Molta importanza durante l’allenamento è riservata al feedback: se l’atleta presenta una esecuzione scorretta non si prova tanto a correggerlo, quanto piuttosto si tenta di fargli “sentire” il movimento giusto per lui, interrompendo brevemente l’esercizio per poi tornare al globale, confidando che il ragazzo, stimolato e non istruito cerchi di trovare la propria soluzione. A volte un comando efficace può non essere quello più pertinente. Una ragazza si fissa sul colpo di frustra del polso nel momento di attaccare perché questo è il suo problema, ma per far questo perde di vista tutto il resto e sbaglia di continuo o comunque non migliora. La curva dell’apprendimento si appiattisce, livellandosi su ciò che viene definito il plateau dell’apprendimento. Ho notato che in questo caso può essere efficace quello che ho chiamato un consiglio distrattivo: concentrati sull’ultimo passo di rincorsa… fissa il punto in cui deve cadere la palla…

Ma come? Mi dicono i colleghi: la ragazza non gestisce il polso e tu le stai propronendo esercizi di rincorsa?

Senza pensarci la ragazza renderà fluido e naturale il colpo di frustra a proposito del quale avrà già immagazzinato milioni di consigli. Conosce già la teoria, non c’è bisogno di ossessionarla!

La progressione didattica è fondamentale. Si parte dai momenti di gioco già padroneggiati dal ragazzo (ad esempio: palleggio d’alzata con piedi a terra e su palla precisa) a piccoli step successivi, utilizzando però poche varianti di esercitazioni applicate a diverse situazioni di gioco (es. palleggio d’alzata da prima linea, da seconda linea, palleggio su appoggio perfetto, palleggio su appoggio impreciso da prima e seconda linea, palleggio su difesa verso posto 2/3, palleggio su difesa con palla in mezzo al campo, alzata su difesa a rete…). In questo modo il ragazzo costruisce il suo bagaglio tecnico senza preoccuparsi di essere un ingegnere, ma elaborando strategie di gioco in funzione di competenze tecniche ed evolvendo le proprie competenze tecniche in funzione di un nuovo modello di gioco.

Dalla direzione univoca tecnica/gioco si passa ad un circolo virtuoso: tecnica – gioco – tecnica + – gioco +, dove il fine è il gioco + e non la tecnica!

La domanda a questo punto è scontata: tutto questo funziona? In quasi trenta anni ho avuto a disposizione una casistica piuttosto ampia, anche se ovviamente fino a qualche tempo fa non avevo ancora riflettuto abbastanza sul metodo di allenamento e le mie competenze anche tecniche erano minime. Però in genere posso dire che non esistono zone grigie: questo metodo o funziona o fallisce, in entrambi i casi in maniera clamorosa. Credo che questo fatto sia determinato principalmente nella fiducia che si pone in squadre e singoli atleti e nella loro capacità di autodeterminarsi. Se l’atleta e le squadre si convincono della bontà del lavoro e lo seguono con fiducia, avendo anche dei riscontri immediati, le cose vanno alla grande, altrimenti… meglio cambiare registro.

Inutile dire che in tutto questo gioca un grande ruolo l’ambiente (squadra, dirigenti, genitori), ma questa è un’altra guerra!

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