Qualche tempo fa mi è venuta a salutare in palestra una ragazza che avevo allenato anni prima. Le ho chiesto una mano con gli allenamenti. Al primo errore di una giovane atleta, pigra in difesa, ha interrotto l’esercizio, ha preso il carrello dei palloni ed ha cominciato a scaricarlo con attacchi violenti contro la tipa che aveva lasciato cadere un pallone con un movimento goffo e tardivo.
“Me lo hai insegnato te!”, ha detto la mia assistente per un giorno, rispondendo al mio sguardo perplesso.
E’ vero, un tempo mi comportavo così.
Non credo che chi lo faccia sbagli, semplicemente è un modo di fare che non mi appartiene più ed è uno dei motivi per cui considero incompatibile con elementi prescrittivi, cognitivi, motivazionali nel senso deleterio del termine.
1) IL MODELLO PRESCRITTIVO E IL CARRELLO
È un classico. Chi sbaglia viene cazziato mentre la squadra osserva, l’allenatore scarica una serie di palloni da difendere uno per uno finché il gesto non viene “aggiustato” o il tipo non capisce che per recuperare un pallone deve tuffarsi e deve farlo nel modo giusto. Se l’allenatore è buono gli dà anche qualche istruzione tra un pallone e l’altro. Altrimenti si accontenta di far ripetere allo sfinimento il gesto punitivo.
Funziona? Solo in apparenza.
Nella migliore delle ipotesi l’atleta impara a difendere un pallone tirato dal coach, da fermo, in un contesto artificiale. Ma la partita non assomiglia affatto a quella situazione: velocità, traiettorie, pressioni e informazioni sono completamente diverse.
2) L’approccio ecologico
Qui non correggiamo il gesto, ma il contesto. Di fronte all’atteggiamento pigro della ragazza punito dalla mia ex atleta con un carrello di Mikasa …dobbiamo capire. Sostanzialmente la tipa non si è tuffata o non ha eseguito un’accosciata perché non ha percepito l’urgenza di muoversi o peggio… ci ha pensato.
Contrariamente a quanto credevo fino a dieci anni fa: dobbiamo riportare l’attenzione sull’esterno.
Nei corsi di coaching che ho seguito e ahimé impartito abbiamo lavorato molto su alcuni aspetti come la famigerata bolla. In sostanza di tratta di rimanere isolati da tutto quello che è fuori di noi per poter essere focalizzati sulla nostra prestazione.
Senza dubbio è utile riuscire ad isolarsi da pensieri e problematiche estranei a quello che stiamo facendo: un’interrogazione, il fidanzato che non è venuto alla partita, il lavoro.
In parte questo funziona anche per elementi imminenti al match o all’allenamento. Ad esempio se c’è un pubblico particolarmente molesto o gli avversari protestano ad ogni pallone può essere utile entrare nella bolla. Non sempre, ma a volte funziona. Se durante l’allenamento la compagna o il coach mi irritano con il loro atteggiamento è utile tenermi fuori dal flusso di influenze negative.
Ma sul serio è questo che vogliamo? Se invece provassimo a bucare questa bolla e ad utilizzare il fuori per lavorare meglio sul dentro?
Sotto pressione le atlete tendono a riportare l’attenzione dentro di sé: braccia, piedi, baricentro, rincorsa. Ci si mette anche il coach! Sposta il peso sulle punte dei piedi! Gira il polso! Il gesto si irrigidisce e perde fluidità, è soffocato. In genere si paralizzano e la palla cade.
Il focus efficace, invece, è esterno: palla, spazio, ritmo, obiettivo. La mente interferisce proprio quando l’atleta vorrebbe essere più libera. Spostare il focus verso l’esterno è uno degli interventi più semplici e potenti a disposizione dell’allenatore e soprattutto degli atleti.
La pallavolo richiede decisioni immediate: non c’è tempo per analizzare o ricostruire mentalmente ciò che sta accadendo. Soltanto nei cartoni animati giapponesi la pallavolista fa introspezione mentre si avvicina ad un pallone da colpire. Nella realtà il corpo deve vedere e rispondere nello stesso istante. Per questo il lavoro percettivo è centrale nel metodo ecologico: migliora tempi, scelte e qualità dei gesti senza dover intervenire tecnicamente in modo pesante. In pratica, alleniamo ciò che genera il gesto, non solo il gesto in sé.
Il presupposto di questo schema è che nella percezione ci sia già la soluzione.
Introduciamo vincoli, variabili, rumore informativo. L’adattamento nasce dall’interno: l’atleta esplora, legge, anticipa, aggiusta.
Esempi operativi:
- Attacco troppo anticipato?
Introduciamo parabole più lente o più variabili: la rincorsa deve armonizzarsi con un tempo meno prevedibile. - Difficoltà nella lettura del muro?
Riduciamo il campo o aumentiamo il numero di attaccanti: più rumore = maggiore necessità di leggere segnali chiave (alzata, movimento delle attaccanti).
Al contrario, un campo più piccolo costringe l’attacco a poche traiettorie: la lettura del muro diventa più immediata e questo ci aiuta con giocatrici inesperte. - Ricezione instabile?
Cambiamo l’angolo di ingresso del pallone, oppure aggiungiamo rumore (vedi sotto).
Ogni variazione genera nuove affordance, che tradotto, significa che aggiustando il tiro dell’esercitazione conduciamo l’atleta a rispondere con un adattamento psico-motorio non riflesso.
COSA È IL RUMORE?
Nel modello ecologico, il rumore è qualsiasi stimolo che complica la percezione e obbliga l’atleta a leggere meglio l’ambiente.
Esempi pratici di rumore in palestra:
- luce diversa (mi piace molto l’esercizio di ricezione con le sole luci di emergenza del palazzetto in funzione) o palloni lanciati da angoli insoliti, che cambiano l’informazione visiva;
- variazioni improvvise nel ritmo della comunicazione tra compagne, che alterano il flusso informativo: ad esempio chiamate all’alzatore nel momento in cui ha già alzato le mani per l’alzata;
- bagher a coppie con due o tre palloni, che spostano l’attenzione dal focus centrale alla periferia, accelerano le risposte alle traiettorie, etc.
