Nel volley – e in molti sport – si insiste ancora su un modello prescrittivo che isola l’errore, lo punisce e tenta di “aggiustare” il gesto attraverso ripetizioni artificiali. Il famoso sistema del carrello funziona solo in apparenza: allena risposte rigide in contesti che non esistono in partita. L’alternativa è l’approccio ecologico, che mette al centro l’ambiente, le informazioni e l’adattamento dell’atleta. Introducendo vincoli, variabilità e “rumore”, cambia la percezione e aumentano letture, tempi, soluzioni. Non si corregge il gesto: si costruisce intelligenza di gioco. Il rumore non è un disturbo ma un acceleratore: illumina segnali nascosti, obbliga a leggere meglio compagne, avversarie e traiettorie. L’apprendimento diventa esplorazione, non imitazione.
