
Una tranquilla domenica di luglio accendo il telefonino e scopro messaggi di amici che veicolano un invito di Don Luigi Ciotti: indossare una maglia rossa per fermare l’emorragia di umanità. Rosso è il colore dei vestiti dei bambini che muoiono in mare. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, il colore richiami l’attenzione dei soccorritori.
Porto a termine alcuni lavori domenicali, mi faccio una bella doccia ed eseguo. Posto la cosa su facebook e creo un gruppo WhatsApp : se i miei amici condividono la foto magari ci sentiamo più umani tutti insieme. Poi vado al mercato contadino, con indosso la mia bella maglia rossa che ricorda il quartiere dove sono nato e cresciuto: la Garbatella, a Roma.
La cronaca, in un giorno normale, dovrebbe fermarsi qui. Un piccolissimo gesto di solidarietà che dovrebbe indurre per primo chi lo compie ad un minimo di riflessione. Gli altri, quelli che non la pensano così, al massimo avrebbero storto la bocca.
Al mercato vedo qualcuno con la maglia rossa, ma non mi sforzo di indovinare se sia un caso o una scelta, ricevo qualche battuta alla quale non do peso, ma intanto il telefonino comincia a segnalarmi notifiche su notifiche. Il mio post, alcuni post che seguo, segnalazioni di commenti su altri post, messaggi indignati… Il fastidio della rete per una iniziativa piuttosto innocente è elevato. Comincio a rispondere … via via sempre più acido e meno disposto al dialogo. L’età, il caldo, la famiglia in vacanza mi rendono poco incline alla tolleranza verso commenti civilmente sgrammaticati. Più tardi comincia a girare un post di Giorgia Meloni, accusa quelli come me di avere un attico a New York, un rolex al polso et cetera, et cetera. Mi suona di beffa, visto che la mia maglia rossa è stata prodotta low cost a celebrare il quartiere nel quale è nata anche lei. Intanto sale la marea social: ma tu quanti ne accogli a casa tua? E allora le donne stuprate dagli immigrati? E i morti sul lavoro? E allora il PD? E il fratello della Boldrini? Fino al maschio e tosto monito: prima gli italiani! Mi infliggo un supplemento di pena leggendo i commenti ad una foto che ritrae alcuni personaggi con maglia rossa d’ordinanza e che nell’immaginario web incarnano il peggio della sinistra (Boldrini, Saviano, Rosy Bindi….). Ormai la domenica è rovinata e per quanto mi riguarda altro che stop all’emorragia di umanità, a fine giornata mi sento un uomo pieno di rabbia. Sicuramente reso peggiore di prima dai battibecchi social.
Ad ore di distanza, recuperata la calma, voglio riflettere sulle ragioni di quanto è successo domenica in reazione ad una iniziativa piuttosto innocente. Escludo dal discorso il fastidio manifestato da chi per appartenenza politica ha letto questa iniziativa soltanto in chiave di contrapposizione ad una politica di difesa del territorio. Questi connazionali non hanno compreso che le divergenze restano, ma qui si trattava di esprimere un pensiero per i migranti morti in mare, più di mille nei primi sei mesi del 2018. Un gesto che avrebbe fatto bene più a noi che agli altri. Ma i toni sono alti da tempo e una reazione partigiana ci sta, da tutte e due le parti. Non è questo il problema.
Il dato antropologico che ne ricavo è più inquietante. Vediamo. Fino a qualche tempo fa la parola razzismo per noi italiani apparteneva alla storia. Sentimenti come la pietà, l’obbligo di soccorrere i naufraghi, l’accoglienza non erano messi in discussione. Mai e da nessuno. Siamo cresciuti impregnati di una cultura catto-comunista, socialista, liberal, anni di relativo benessere avevano reso tutto pacifico. Abbiamo dato per acquisiti troppi valori. Negli ultimi anni, negli ultimi mesi si è fatto forte il richiamo alla impossibilità di accogliere tutti, a stabilire regole. Sono stati montati fatti di cronaca comunque gravi. Si è generata una aspettativa di ritorno ad un mondo in cui ognuno se ne stava felice a casa propria e i treni arrivavano in orario. Dall’altra parte però c’era una dura documentazione delle morti in mare, di bambini vestiti di rosso e strappati alle proprie vite, che seppur misere erano pur sempre vite innocenti.
Anche il più egoista e abbrutito degli uomini non avrebbe potuto sostenere emotivamente la propria posizione di chiusura dinanzi a questi fatti. E infatti si è cominciata a creare una cultura del “fermiamoli prima che partano”. Poco importa che poi prima di partire e una volta fermati rischino la vita, la miseria, la libertà. L’importante è tenerli lontani. Occhio non vede, cuore non duole. Dal punto di vista emotivo però ancora non regge. Di fronte ad un bambino morto, abbracciato alla mamma in mezzo al mare nostrum, non c’è ragione.
L’unica difesa inconscia, l’unico schermo che può reggere al dolore per quello che vediamo è quello del branco. Quando sei in mezzo al branco non sei responsabile. Il branco non ha coscienza individuale. Se su un autobus affollato sale un uomo di colore, pure maleodorante e maledecuato, e qualcuno afferma “se ne dovrebbero stare a casa loro” ci sono due possibilità. La prima, meno probabile, è che la gente reagisca ragionevolmente al commento, la seconda è che il silenzio e un coro di asserzioni creino l’effetto branco, una corazza intorno alle coscienze che impedisce a sentimenti di umanità, quelli richiamati da Don Ciotti, di contrastare la voglia di conservare il nostro spazio di comfort.
Ospitali a casa tua è lo slogan che più di tutti esprime il desiderio di conservare il proprio spazio e dall’altra di minacciare quello del buonista con il rolex. Inutile richiamarsi al senso dello Stato, alle politiche sociali…etc. Il campo di battaglia è un altro.
Semplicemente, le magliette rosse hanno scatenato una reazione sproporzionata proprio perché andavano a rompere lo scudo che il branco aveva concesso a tutti noi. Chi ha reagito lo ha fatto per debolezza: si sentiva indifeso di fronte a quell’umanità cacciata via dalle dinamiche del branco e invocata da Don Ciotti. È bastata una maglia rossa per mettere a nudo la vulnerabilità delle nostre coscienze.

Caro Renato sicuramente i comunisti col Rolex li odio anche io (per altro ne faccio anche parte, giusto?) per la prima volta nella mia vita non ho più quel Luogo collettivo di riflessione elevata alla quale ero da sempre abituata e quindi provo una sottile paura di quello che potrà accadere se gli istinti più bassi e bruti che albergano nell’animo umano prendessero il sopravvento. Quindi sono tornata a ripartire da zero: pur essendo atea ho dato l’otto per mille alla Chiesa cattolica di Papà Francesco, a tutt’oggi uno dei rari rivoluzionari viventi, e lavoro all’Udi, un’organizzazione femminile con 73 anni di storia. E non ho la minima idea su se e come una forza di sinistra possa rinascere. Grazie comunque per i post che mi mandi.
Vedi Renato le reazioni più stizzite non solo alla tua lodevole iniziativa ma sui social in generale sono state quelle dei cattolici praticanti, quelli che la domenica si mettono la coscienza a posto con due ave Maria ed un pezzo di ostia, io non so dove ho vissuto gli ultimi anni a me sembra il un paese diverso, questo di adesso non lo riconosco e francamente mi preoccupa parecchio. Un saluto amico mio