Giorgio Falco, ipotesi di una sconfitta

Giorgio Falco, ormai autore affermato, si racconta.

Ipotesi di una sconfitta, non è però una autobiografia del tipo: a venti anni ho incontrato la donna della mia vita. La storia di Falco appartiene piuttosto al genere di un racconto biografico messo a fuoco. Il fuoco, in questo caso, è il lavoro. Il resto è una necessaria congiunzione tra la vita dell’autore e il suo rapporto con il lavoro. Il padre, Sa, la compagna di Falco, gli altri personaggi non sono trattati neanche come attori non protagonisti. Al massimo, come nel caso della team leader SoloCattiveria, Falco ci offre caratterizzazioni, in una costruzione semantica che ruota sempre intorno a tutti i significati possibili delle componenti che entrano in gioco quando un uomo, l’uomo che si racconta, si rapporta al (suo) lavoro. Qui esiste solo un personaggio, la voce narrante, ed è raccontato un solo habitat, il lavoro, pur nelle sue diverse stagioni. Anche la prima sezione, una cinquantina di pagine sul padre, non ci dice nulla o quasi sull’uomo fuori dal suo lavoro, del suo rapporto con la scrivania in compensato, del suo essere autista ATM prima e quadro intermedio dopo. Tanto è potente l’architrave della storia che Falco non ci racconta il funerale del papà, ma lo commemora andando a visitare le rovine della rimessa ATM, ormai dismessa e pronta ad essere sostituita da un centro commerciale, altro e diverso teatro di nuovi rapporti di lavoro. Padre e figlio sono protagonisti di due lavori che neanche riescono a passarsi il testimone: il primo è un lavoro sul quale viene naturale fondare un’esistenza, il secondo un fallimento sociale ed economico.

In questa costruzione lineare ci sono due elementi che stonano: il primo è legato all’anagrafe dell’autore, nato nel 1967, il secondo è la collocazione nel nord Italia a cavallo tra i nostri due secoli. Falco sembra nato postumo e scrive la storia possibile di suo figlio in una realtà improduttiva, che non può essere quella della Milano da bere negli anni ’80 e’ 90. La rinuncia alla ricerca proattiva del lavoro, sostituita dalla fatalistica accettazione di quello che capita, il precariato fatto sistema, i demansionamenti di un’azienda che non ammette dipendenti fuori dagli schemi, l’auto esilio fancazzista e depresso in un luogo angusto, Sgabuzz, nel quale Falco produce i suoi libri in uno stato di semi incoscienza professionale, la perdita di significato dei rapporti di colleganza sono tutti elementi buoni per gente nata qualche anno dopo e forse non a Milano.

Eppure il giovane Giorgio ha, per una volta, un sussulto attualissimo: l’idea di una start up, anch’essa ante litteram, un’agenzia che costruisce e offre pacchetti di eventi deprimenti, il compleanno del figlio, rimanere in tangenziale senza benzina, bivaccare in un’area di sosta con camionisti dell’est in attesa che finisca il divieto di circolazione imposto ai veicoli pesanti la domenica. Idea vincente, ma che nasce e muore nello spazio di due tiri a canestro e di qualche tiro in più ad una canna: questi sì, elementi buoni per tutte le ambientazioni.

Le ultime pagine, quelle scritte da un uomo che si divide tra la professione di scrittore e quella di scommettitore sistematico, sono le meno felici, le più tristi. Lo sforzo di congiungere il Falco ragazzo con l’autore che strappa contratti ad Einaudi ci restituisce un personaggio poco credibile, o troppo fuori dagli schemi per essere un vero perdente. Se di sconfitta si parla, non si racconta come e perché uno sconfitto porti il suo libro alla finale del Campiello. La scenografia casual e l’atteggiamento minimalista non bastano. Falco non ci parla del suo talento e lo fa perché neanche la sua costruzione melanconica, come l’azienda nella quale ha lavorato per quindici anni, può tollerare il successo di un outsider talentuoso. Verrebbe da concludere che per coerenza Falco si suicida, ma per far questo dovremmo ammettere una costruzione artefatta di un libro che invece appare comunque vero e politico. Incongruente per molti versi, tuttavia malinconicamente vero. Bel libro: scrittura dieci, filosofia da rivedere.

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