Un brutta notizia: la prestazione non è tutto

In un bel libro, tanto spassoso quanto utile, Il Divano è meglio di Freud, il Prof Buffardi, psichiatra, racconta un episodio legato alle sue prime esperienze professionali.

Dottore non riesco ad alzarmi dal letto per andare a lavoro!

Bravo come è, il nostro Buffardi risolse il problema del suo paziente.

Dopo qualche mese il paziente tornò per ringraziare. Si era di nuovo buttato sul suo lavoro con un ritrovato slancio e si era rivelato molto efficiente.

Benissimo, si compiacque Buffardi, ma non ho capito bene che lavoro faccia.

Beh, il borseggiatore!

Nulla, ma veramente nulla di strano. L’efficienza e lo stare bene con il proprio lavoro non dicono nulla sul merito di questo lavoro. In fondo anche lo psichiatra aveva esercitato bene la sua professione.

L’importante è alzarsi la mattina e lavorare bene per raggiungere il nostro risultato. Tutti ci preparano a questo, sin dalla scuola, che si vuole sempre più legata al mondo produttivo. Provo una sana invidia per coach miliardari che trasmettono entusiasmo a folle plaudenti nei loro costosissimi meeting. Le persone che partecipano a queste adunate escono da queste enormi sale con la voglia di spaccare il mondo e di raggiungere il loro risultato. Affamati e folli. Questo è lo stigma del successo. Il bello è che tutti sembrano felici.

Ma dove va a finire tutta questa energia?

Se poi questa enorme carica aiuta un borseggiatore, un marito che esercita il dominio sulla moglie, un manager che sfrutta i suoi collaboratori? Un geniale imprenditore che cambia le sorti del mondo con il suo essere folle e affamato?

Anche gli operatori delle cosiddette discipline di aiuto dovrebbero interrogarsi sul risultato del loro lavoro e sulle loro prestazioni. Un buon avvocato fa assolvere il peggior criminale e la sua prestazione è giudicata eccellente dai colleghi, così come l’intervento di uno psichiatra raccontato con sarcasmo dall’ottimo Buffardi. Ma questa è un’altra storia.

D’altra parte Marcuse, in tempi non sospetti, aveva trovato il male: la nostra società è afflitta da bulimia da prestazione.

Probabilmente la diagnosi di Marcuse era fondata sulla società del consumo e sul desiderio di accumulare ogni tipo di prodotto. Oggi siamo di fronte ad un ulteriore sviluppo: la prestazione è centrale per se stessa.

Ho sentito un soldato ucraino esprimere rispetto ed ammirazione per la tecnica di combattimento e per il valore di una particolare brigata russa.

La prestazione è l’obiettivo, l’oggetto del nostro desiderio. Non siamo mai sazi.

Questo genera sforzi, ma anche nevrosi. Se la prestazione ottimale è ciò che mi fa valutare dal cerchio delle mie conoscenze e quindi impatta su me stesso, è probabile che io sia afflitto da ansia verso questa stessa prestazione. Succede un po’ come nelle patologie sessuali oggetto di grottesche caricature, al termine l’uomo si trova a chiedere: come sono andato?

Se tutto ruota intorno alla prestazione è naturale che si faccia il possibile per ottimizzarla e curarne le disfunzioni.

Ecco allora che, senza arrivare alla psichiatria, anche i coach e persino i filosofi, nei diversi campi, hanno sviluppato strategie mirate al raggiungimento della performance e al contenimento dell’ansia nei confronti della prestazione.

Ridimensionamento del problema, dialogo interno, bolla, respirazione, essere presenti al momento…  tutte tecniche più che valide che possono essere apprese da un chirurgo e da un borseggiatore seriale.

Funziona, sia chiaro. Anche Seneca può essere utilizzato per aiutare un venditore a piazzare un Folletto.

C’è, però, un approccio diverso, che non si rivolge al sintomo, ma alla sua ragione.

L’ ansia da prestazione o il desiderio insaziabile di una prestazione ottimale non si contrasta lavorando sulla prestazione stessa. Questa dovrebbe essere la priorità della pratica filosofica o della filosofia pratica.

Uno dei primi mezzi per affrontare questa ansia tanto comune, legata ai nostri risultati, prima di ricorrere alle strategie classiche di coaching, è sostanzialmente quello di indagare il significato della prestazione e collocarla nella nostra esistenza, nel nostro quadro di valori, nel nostro sistema di relazioni sociali.

A volte potremmo scoprirci a correre come criceti sulla ruota. A volte potremmo comprendere che dal nostro successo non dipende il mondo e neanche la stima che noi e gli altri abbiamo nei nostri riguardi. A volte potremmo scoprire cose molto più importanti del nostro lavoro.

A volte, paradossalmente, una diversa consapevolezza potrebbe aiutare la stessa prestazione.

Fare questo esercizio di significato è un po’ più complicato. Ma in fondo, il divano e il tempo che ci passiamo con un bel libro o guardando il soffitto immersi nei nostri pensieri, è meglio di Freud.

Ancora una volta dobbiamo uscire dalla retorica del “se vuoi lo puoi”. Non solo perché tanta gente vuole cose che non otterrà mai, ma soprattutto perché potresti volere una cosa che non fa certo bene a te e agli altri. Oppure, semplicemente, potresti scoprire il motivo per il quale vuoi.

Per approfondire: Renato Vernini, il Gioco di Sophia

Un pensiero riguardo “Un brutta notizia: la prestazione non è tutto

Lascia un commento