Le Olimpiadi di Cortina sono ai titoli di coda, affidati alla parata degli atleti paralimpici, seguiti dai media con i motori a metà dei giri e con un’ unica ossessione: il conteggio delle medaglie.
Esaurito il compito del calcolo di ori, argenti, bronzi, quarti posti iniziano le cifre sul denaro: è stato un affare per l’Italia? Quanto rende? Quanto lascia? Quanto conviene? Quanti alberi sono stati abbattuti, quanti piantati? Numeri.
È il linguaggio del nostro tempo. Parliamo con i numeri. La quantità. Lo stesso linguaggio computazionale con cui si guarda chi lavora: vali se produci, se resisti, se consegni, se non ti fermi. Quanto vali? Un mese di lavoro per ottocento euro, ma non abbiamo avuto il coraggio neanche per stabilire un numero minimo per il lavoro di un donna o di un uomo.
Poi però arrivano le storie, quelle forti. E scopriamo che rendono più dei numeri. Federica Brignone che torna all’oro dopo un recupero eroico da un grave infortunio. Il norvegese McGrath che sbaglia, salta un palo, crolla e si rifugia nel bosco per sottrarsi per un attimo a tutto, inseguito dalle telecamere. Sofia Goggia, che vince un bronzo, ma che recita imbarazzata il ruolo di seconda stella. È l’altro aspetto che prevale nel nostro linguaggio, quello delle immagini, dei simboli che stanno dietro ai numeri.
Brignone=resilienza e successo McGrath=fallimento
Sono due facce della stessa verità.
Dimentichiamo che l’atleta, prima della medaglia, è un essere umano. Esattamente come l’uomo che fa consegne per Amazon: c’è il giorno in cui regge tutto, il turno in cui stringe i denti, la prova superata contro ogni previsione; e c’è il momento in cui sbaglia indirizzo, salta, cede, non ce la fa più, sente addosso il peso dell’ algoritmo che lo condanna alla prestazione e spinge sull’ acceleratore, passa con il rosso, perde il lavoro.
Brignone piace perché vince. McGrath colpisce perché si spezza e se ne va nel bosco dello Stelvio.
Una società ossessionata dai numeri e dalle immagini fa fatica a capire cosa ci sia dietro. È tutto finto.
Il paradosso è che fa fatica a comprendere proprio chi vive ogni giorno la stessa tensione di uno sportivo. Il lavoratore che accetta di identificarsi con il successo di uno. Lo sport diventa la sublimazione del modello performante: atleti efficienti, lavoratori efficienti, corpi efficienti, emozioni efficienti. Il sistema vuole vincitori o, almeno, persone che non intralcino la catena. Vanno bene anche i perdenti, perché confermano il modello: se vinci va bene, se perdi vai nel bosco o fai i complimenti impacciati a Federica.
Lo spirito olimpico, se non fosse morto e sepolto, servirebbe ancora: per opporre a questa miseria una misura diversa, né più alta, né più bassa. Per ricordare che il limite non è una colpa, che l’errore non cancella una persona, che la vittoria conta ma non esaurisce tutto, che anche chi inforca un paletto resta umano, quanto chi sale sul podio.
Bene quindi il terzo posto del Curling misto italiano. A mezza strada tra il successo e la sconfitta. Inquantificabili. Amos Mosaner ha fatto simpatia, maschio molto poco alfa, mentre gli occhi forti, dolcemente determinati di Stefania Constantini sono una delle immagini più belle di questa edizione. Due inconsapevoli sabotatori del modello.
Poi però quando il lungagnone e la bella ampezzana sono tornati alle competizioni di genere sono stati di nuovo relegati all’anonimato: non sono performanti, neanche si avvicinano ad esserlo, non servono.
Se ne parla tra quattro anni.
