Zenone di Elea è stato una bella mente. Elea deve essere stato un bel posto, nei bar si saranno divertiti, perché la scuola eleatica, guidata da Parmenide ha aperto la strada alla filosofia dei più quotati Socrate, Platone, Aristotele.
Lo immaginiamo Zenone, al bar di Elea, che formula il suo paradosso: posto che la tartaruga abbia un po’ di vantaggio, l’eroe più veloce dell’antichità, Achille, non raggiungerà mai il più lento degli animali. Ogni volta che il Piè veloce avrà raggiunto il punto in cui si trovava la tartaruga, quella avrà percorso un piccolo tratto in avanti, così all’infinito.
Su questa storia ci si è incartata gran parte della filosofia antica e della matematica. E’ la storia del movimento e della nostra percezione.
La più bella confutazione del paradosso la diede Diogene di Sinope, il quale non proferì argomento, si alzò e si mise a camminare, superando altri camminatori e podisti.
In un blog di filosofia pratica possiamo applicare la teoria di Zenone e la risposta di Diogene alla storia del PCI e del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Le nemesi vuole che anche qui, a non raggiungere e sorpassare la macchinosa tartaruga è Achille, Achille Occhetto, Segretario del PCI nel momento in cui questo decise di non compiere l’ultimo passo.
Il fantasma di Berlinguer e la grande amnesia
Il paradosso è questo: i partiti comunisti europei, guidati da quello italiano, correvano a gran velocità, ma proprio sul punto di raggiungere e sorpassare quello lento, macchinoso, arretrato dell’Unione Sovietica si fermarono e si dissolsero.
Tutto questo, tra l’altro, ha condannato all’oblio la specificità dei partiti comunisti e del PCI.
Un ragazzo mediamente formato, oggi, non sa cosa sia stato l’Eurocomunismo e quanto sia stato duro, controverso ed eroico il percorso di smarcamento dal potente Partito comunica sovietico. Uno degli effetti indesiderati di questo oblio è che la retorica della destra ha facile gioco nel descrivere i comunisti italiani come epigoni di Stalin, vassalli di Bresnev.
Ma non è stato così. Per niente.
Come se, per dirla con una metafora cara ai semiotici, avessimo gettato via il significante proprio quando il significato era diventato più chiaro.
L’eretico di Botteghe Oscure
Prima di Achille Occhetto, il PCI di Berlinguer era stato un UFO nel panorama comunista internazionale. Intanto per il consenso che lo rendeva il più forte partito comunista in occidente e poi per le posizioni eretiche che aveva preso nei confronti di Mosca. Non si trattava di una deriva improvvisa, ma della raccolta di una semina antica e che affondava le radici nel gramscismo e si era manifestata con crescente evidenza dalla fine degli anni Sessanta.
Lottiamo per la costruzione di una società socialista nella libertà, nella democrazia e nella pace.
Enrico Berlinguer, intervento al XXV Congresso del PCUS, 1976
La condanna dell’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 fu il primo segnale inequivocabile: mentre i carri armati sovietici schiacciavano la Primavera di Praga, il PCI italiano si schierava apertamente contro Mosca. Giorgio Amendola dichiarò che “la causa del socialismo ha subito un grave danno”, mentre Berlinguer andò oltre, parlando di “grave errore e danno per la causa del movimento operaio internazionale”.
La sindrome bulgara
L’Eurocomunismo non fu un vezzo intellettuale, ma una necessità esistenziale. Il tentativo di costruire un socialismo dal volto umano, seduto al tavolo da gioco democratico, non poteva che provocare le ire del Cremlino. L’attentato a Berlinguer in Bulgaria nel 1973 – quell’incidente stradale tanto casuale quanto quello che costò la vita a Camus sulla strada di Villeblevin – fu l’episodio più eclatante di una tensione che attraversava tutto il movimento comunista europeo.
Da quel giorno, però, la prudenza prese il sopravvento e gli avversari di Berlinguer all’interno del PCI alzarono la testa.
Ma Berlinguer andò avanti. Nel 1976 ebbe l’audacia di dichiarare che l’Italia sarebbe stata più sicura “sotto l’ombrello della NATO” piuttosto che nel Patto di Varsavia. Una frase che risuonò come un tradimento nei confronti di Mosca e che costò al PCI l’ostracismo definitivo dal movimento comunista ortodosso. Almeno da quello che si muoveva sotto l’egida dell’URSS, perché qualche passo di riavvicinamento si fece con l’altrettanto eretico comunismo cinese.
Il rapimento e l’uccisione di Moro
Il caso Moro si inserisce in questo quadro come un tassello di un puzzle più ampio. Il compromesso storico – quella straordinaria alchimia politica che avrebbe dovuto portare il PCI al governo insieme alla DC – rappresentava per molti osservatori internazionali un esperimento troppo pericoloso. Dopo Zenone tocca citare Euclide che venne confutato dal tentativo di due rette parallele di trovare un punto d’incontro: la storia del PCI e quella della DC fu definita da Eugenio Scalfari come quella di convergenze parallele.
L’idea nacque da un discorso di Moro di controversa interpretazione e di un suo comunicato del 1960 nel quale si parla della necessità di convergenze democratiche.
L’azione di Moro fu un tentativo di coinvolgere il PCI nel Governo, fosse anche per un sostegno esterno. La riluttanza di una parte dello stesso PCI e della destra democristiana resero questo progetto arduo, paradossalmente concretizzato nell’astensione del PCI sul Governo Andreotti proprio in piena emergenza terrorismo. Il terrorismo nero aveva evidente sostegno da organi dello stato deviati, quello rosso probabilmente aveva connivenze ad est. Il PCI non cedette mai, si dichiarò sempre e fermamente contro, invitando i propri iscritti a prendere le distanze dal mondo al confine tra impegno politico e lotta armata. Il PCI invita a denunciare i compagni che sbagliano. Guido Rossa, sindacalista e operaio presso l’Italsider di Genova denuncia il compagno Berardi, fiancheggiatore delle BR. Viene ucciso dalla stessa organizzazione terroristica.
Tutto questo non bastò a rendere credibile la via democratica intrapresa dal PCI. Le resistenze internazionali ebbero la meglio. Un partito comunista occidentale al governo di un paese NATO? L’ipotesi faceva tremare non solo Washington, ma anche Mosca, che vedeva nel “modello italiano” un virus potenzialmente letale per l’ortodossia del socialismo reale.
Kissinger e Bresnev si ritrovarono alleati. Il niet fu unanime.
Anche i servizi segreti di mezzo mondo sembrano aver agito in un’inedita sintonia.
Le Brigate Rosse si trasformarono nel braccio armato di questa opposizione trasversale al cambiamento. Il rapimento e l’assassinio di Moro non colpirono solo la DC, ma affossarono definitivamente il sogno berlingueriano di una “terza via” italiana al socialismo.
L’eredità tradita
Mentre la memoria ufficiale ha rimosso questa specificità, l’eredità concreta di quella stagione sembrava scritta nelle pietre e nelle carte dell’Italia contemporanea. Lo Statuto dei Lavoratori del 1970, la riforma sanitaria del 1978, la legge Basaglia che liberò i malati mentali dai manicomi: tutte conquiste nate dal dialogo – spesso aspro ma sempre fruttuoso – tra il PCI di Berlinguer e la DC di Moro. Divorzio e aborto separarono momentaneamente le strade, ma il risultato del Referendum sul divorzio, voluto da Fanfani proprio per sbarrare la strada ad ogni intesa, fu paradossalmente un’ ulteriore conferma che, al di là di tutto, la tradizione cattolica e quella comunista erano ormai emancipate da vecchi schemi e padrini.
Ma l’eredità più straordinaria di quel comunismo italiano stava nella sua capacità di trasformare l’ideologia in festa popolare, l’utopia in partecipazione. Il popolo del PCI era allegro. Le Feste dell’Unità erano molto più di semplici manifestazioni politiche: erano liturgie laiche.
Imperdibili.
Qui si materializzava e diventava vita quella che Gramsci aveva chiamato “egemonia culturale”: non imposizione dall’alto, ma creazione di un senso comune condiviso, di una Weltanschauung popolare che faceva dell’eguaglianza non un principio astratto, ma una prassi quotidiana. Il bel libro di Ludovico Festa, La provvidenza rossa, racconta fatti, ma anche un clima di solidarietà e fratellanza nel quale vivevano gli iscritti al PCI.
Era piuttosto l’incarnazione di quello che Benjamin avrebbe definito “materialismo antropologico”: la trasformazione dell’utopia marxista in cultura popolare, in modo di stare insieme, in arte di vivere collettivamente.
È il paradosso di Achille (Occhetto): l’Italia di oggi smantella pezzo per pezzo proprio quelle conquiste sociali che rappresentavano l’eredità più autentica del comunismo italiano, quello che aveva saputo coniugare Marx con Gramsci, Lenin con Croce, la lotta di classe con la democrazia parlamentare.
Tutto questo nasce dal suicidio politico della Bolognina.
La svolta della Bolognina e il Muro di Berlino: una rivoluzione conservatrice.
Nel 1989, mentre il muro di Berlino cadeva sotto i colpi di piccone dei berlinesi, Achille Occhetto saliva sul palco della Bolognina per annunciare la fine del PCI. Una scelta che molti interpretarono come un atto di coraggio, altri come una resa.
Achille, nel momento in cui raggiunge la tartaruga, avrebbe potuto dire: lo vedete? Avevamo ragione. La via al socialismo è quella democratica incarnata dalla nostra storia.
Finalmente Zenone sarebbe stato confutato dalla storia.
Invece, puf, come se simul stabunt simul cadent.
Per quei strani casi della vita, mi trovai in quei giorni a conversare con dirigente di primo piano del PCI e gli rivolsi una domanda, che pur non essendo mai stato iscritto al PCI, mi ronzava nella testa :
“Che bisogno c’è di mandare tutto all’aria se il PCI non era quella roba che ora è caduta con il muro?”.
La risposta non arrivò mai, o forse arrivò nei decenni successivi, quando la sinistra italiana si ritrovò orfana di una tradizione che aveva contribuito a costruire l’Italia democratica, finendo con l’affidare la segreteria del PD ad un corpo estraneo come Matteo Renzi.
Forse, nella illusione degli ulivisti il PD sarebbe dovuto essere il compimento del compromesso storico, le due rette che all’infinito si toccano, come nelle geometrie non euclidee…
DIOGENE DI SINOPE AZZOPPATO
Quello che la filosofia e la storia debbono evidenziare è il grave errore storiografico che si commette comunemente, anche ad opera di biografi postumi che hanno contribuito ad abbattere quel muro da dentro l’allora PCI. Oggi il PCI viene ricordato come l’ultimo vagone del treno comunista mondiale, dimenticando che aveva già da tempo scelto di viaggiare su binari diversi. È come se la sinistra italiana, per liberarsi del fantasma di Stalin, avesse finito per esorcizzare anche quello di Gramsci.
Nella pratica ci troviamo ad aver azzerato la specificità tutta italiana di un partito comunista che ha sfiorato la maggioranza relativa e che viaggiava su percentuali ben superiori al 30 per cento, arrivando a sorpassare la DC nelle elezioni europee del 1984, proprio sull’onda della prematura scomparsa di Enrico Berlinguer.
Dal punto di vista della filosofia politica dobbiamo constatare che ciò che è andata perduta non è solo una formazione politica, ma un’intera filosofia della prassi. Diogene di Sinope che si alza e camminando sorpassa la tartaruga di Zenone è l’immagine di Enrico Berlinguer che Achille (Occhetto) non ha colto.
Il PCI aveva elaborato una sintesi originale tra il materialismo storico di Marx e l’idealismo crociano, tra la lotta di classe e l’egemonia culturale gramsciana. Era riuscito a trasformare quello che Bloch chiamava “principio speranza” in progetto politico concreto, facendo del concetto astratto di eguaglianza non un’utopia, ma l’anima del “gioco” democratico.
La vera tragedia è che questa elaborazione teorica aveva trovato nella cultura popolare italiana un terreno fertile e che quella pianta rigogliosa ormai appare legna da ardere. Nelle case del popolo, nelle cooperative, nelle feste paesane, si era creata quella che Habermas avrebbe definito una “sfera pubblica” autentica, dove il dibattito politico si intrecciava con la vita quotidiana, dove l’ideologia si faceva costume.
L’ Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, organo ufficiale del PCI, era incollato su bacheche in ogni paese, in ogni piazza. La gente si fermava, discuteva la “linea”, andava a lavoro.
Il risultato di questo oblio è sotto gli occhi di tutti: mentre la destra costruisce narrazioni mitologiche sul proprio passato, ricorrendo ad eroi improbabili come quelli di Tolkien, la sinistra ha rinunciato a raccontare la propria storia più originale e feconda, soprattutto vera.
Roma ha buttato nel secchio la propria Eneide.
Una interpretazione storica deve però essere critica con se stessa. La risposta alla domanda che feci a quel dirigente, poi diventato esponente di primissimo piano del PD e fondatore dell’Ulivo, può avere una risposta drammatica: avevamo fatto per finta, era tutta un’illusione.
Onestamente non credo che fosse un inganno.
Certo, se potessi parlare con Enrico Berlinguer gli chiederei perché non abbia portato all’estreme conseguenze il suo strappo da Mosca o, in alternativa, perché non abbia continuato a correre coperto nel gruppo dei Partiti comunisti.
Immagino che mi risponderebbe: le sembra facile?
La politica è arte difficile, che si scontra con meschinità, giochi di potere, poteri che si palesano nel loro aspetto più nero.
La lista dei ministri del Governo Andreotti, quello sul quale il PCI si astenne era imbarazzante per molti elettori del PCI, pur avendo al suo interno politici del calibro di Tina Anselmi. Nella DC c’erano uomini come Fanfani, incline ad un accordo con i socialisti, Cossiga, la corrente dei dorotei, personaggi che giocavano di clava e che in fondo erano ostili alla linea di Moro. Nel PCI i vari Cossutta e lo stesso Ingrao, che divenne Presidente della Camera proprio in virtù della linea di Berlinguer, erano più allineati a Mosca.
Poi c’era il ruolo della Chiesa cattolica, che dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II aveva i suoi problemi con le frange tradizionaliste e conservatrici.
Insomma, le cose si sono dimostrate più complicate di quanto Moro e Berlinguer avessero potuto auspicare e forse anche per questo Achille non raggiunse mai la tartaruga, ma certo è che non si può disconoscere che Achille e la tartaruga corsero da avversari.
