RESILIENZA… una brutta parola e una bugia

Pratiche filosofiche sul concetto di resilienza

Resilienza è una brutta parola. Sorprendentemente brutta. Fredda, tecnica, presa in prestito dalla scienza dei materiali. Racconta di un qualcosa che, dopo essere stato deformato, torna alla forma originaria. Porta con sé un’immagine meccanica della vita: urti, deformazioni, ritorni alla posizione iniziale.

Per gli esseri umani non vale. Nessuno, dopo qualsiasi evento, torna come prima. Questa è la prima bugia portata da un termine che fino a dieci anni fa era sconosciuto ai più.

Resilienza, applicata alle donne ed agli uomini è semplicemente una categoria sbagliata.

Eppure, la si incontra ovunque — nei manuali di psicologia, nei programmi scolastici, nei discorsi aziendali, perfino nelle politiche pubbliche. La burocrazia, solitamente fredda e lenta ad accettare le nuove tendenze l’ha accolta subito: PNRR, Patto Nazionale Ricostruzione e Resilienza.

La Resilienza è stata assunta a virtù universale, quasi una parola d’ordine morale, un cardine della nostra società. Al termine di un allenamento un genitore mi ha detto: mia figlia non è abbastanza resiliente! Cosa avrei dovuto rispondere? Tua figlia, semplicemente, non sa ancora giocare a pallavolo. Punto.

E’ passata troppo facilmente l’idea che la resilienza sia un elemento caratteriale necessario. Che in questo mondo bisogna imparare a sopportare gli urti della vita, rialzarsi dopo le cadute, trasformare le difficoltà in occasioni di crescita. Sono argomenti rispettabili, ma siamo certi che sia così? Non sarà che questa parola ci spinge un passo oltre verso un conflitto generalizzato in ogni aspetto delle nostre vite?

Devi resistere. Un modo furbo di resistere è quello di piegarti e rimbalzare verso la tua forma originaria. Questo è resilienza. Devi sopportare, adattarti, rialzarti sempre. Se cadi e resti a terra troppo a lungo, se il dolore ti piega, se scegli di cambiare strada invece di insistere, sembra che tu abbia fallito. Soprattutto devi tornare ad essere quello che eri.

Se evochiamo la Resilienza sempre e comunque, come carattere universale, diamo per scontato che ci sia sempre e comunque qualcosa di spiacevole che ci martella. Oddio, in questo modo di guerre e criminali che fanno le guerre, questo è plausibile, ma non prendiamoci in giro: se vado a scuola non è detto che debba essere resiliente, anzi, non è questa la virtù che mi si richiede. La scuola trasforma: altro che resilienza!

E neanche a lavoro serve sempre la resilienza. Chi lo ha detto che debbo essere resiliente nei confronti di colleghe, colleghi e capi? Così come non dovrebbe essere richiesta resilienza in famiglia, quando faccio sport, quando vado a mangiarmi una pizza con gli amici.

Invece: resilienza sempre!

Questo in occidente. Non è sempre così e non lo è in ogni cultura. Lo zen non ci insegna a resistere alla tempesta, l’opzione fondamentale è non opporsi inutilmente all’ avversità. Il bambù si piega nel vento non perché possiede una virtù eroica chiamata resilienza. Si piega perché è vuoto dentro, perché non ha rigidità da difendere.

Se il bambù si imponesse di resistere, si spezzerebbe.

La differenza è decisiva. La resilienza conserva ancora un linguaggio derivato dal combattimento, è una virtù che appartiene ancora alla logica dello sforzo contro.

Non solo lo zen, ma anche lo stoicismo e per certi versi il cristianesimo, con il concetto di Provvidenza, sono lontanissimi dall’ideologia della resilienza.

Non possiamo provare a pensare che non sia saggio diventare più forti della vita, ma è saggio smettere di opporsi sempre e comunque a quello che ci capita?

A volte, piuttosto che trasformare ogni dolore in una prova da superare, non è meglio osservare il nostro dolore dall’alto, lasciarlo passare come si fa come un’onda del mare, senza aggiungere un secondo strato di lotta interiore? La storia della doppia ferita procurata da un’unica freccia è significativa: la prima ferita è quella della freccia che ti colpisce, la seconda è quella del peso che dai a quanto ti è successo. Lasciar passare la freccia che ci ha colpito, non prestare attenzione alla ferita. Questa è saggezza.

Non solo, quando l’uomo si impone di essere resiliente, spesso combina un ulteriore guaio. Si trasforma in vittima secondaria. Alla ferita si aggiunge il rimprovero: dovrei reagire meglio, dovrei essere più forte.

Ci sono momenti in cui la risposta più saggia non è rialzarsi subito, ma restare seduti e lasciare che la tempesta passi. Ci sono momenti in cui la vera intelligenza consiste nel cambiare direzione, non nel perseverare.

Dovremmo imparare a diffidare dell’enfasi contemporanea sulla resilienza. Non perché l’adattamento sia inutile, ha i suoi innegabili vantaggi pratici, ma perché l’attaccamento all’idea di dover essere resilienti serve a rafforzare il lato oscuro dell’ ego, quello da difendere sempre e ad ogni costo.

La realtà che la virtù si raggiunge quando non hai nulla da dimostrare e nulla da sostenere a tutti i costi, è solo allora che la tempesta perde il suo nemico.



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