Come allenare in un progetto inclusivo a tema pallavolo
Quando propongo un intervento centrato sulla inclusione sportiva la comunità educante si aspetta tante parole, un’alternanza tra discorsi filosofici, sociali e psicologici e pratica sportiva. Non è così. Non del tutto almeno.
La prima cosa da evidenziare quando si parla di inclusione nello sport è che il metodo di allenamento e di gioco è centrale rispetto allo scopo.
Certo, se di va un solo giorno in una scuola o in un oratorio si butta un pallone in mezzo e si cerca di far giocare tutti. Ma non è questo che intendiamo quando proponiamo pratiche filosofiche attraverso lo sport.
Se affrontiamo un progetto con finalità sociali, di medio termine (almeno quattro mesi) cerchiamo di fare le cose per bene, lasciando in consegna una impostazione stabile, che sopravviva al nostro intervento.
Si chiama Empowerment ed è la capacità di chi resta di andare avanti in maniera consapevole delle proprie competenze.
L’empowerment è un percorso di sviluppo delle potenzialità che permette di trasformare una condizione di impotenza o di dipendenza in una di autonomia e protagonismo.
Definiamo il contesto di un intervento. Un gruppo di adolescenti in una situazione ai limiti della marginalità che vuole essere aiutato attraverso la costituzione di una squadra di pallavolo organizzata.
Avremo qualcuno che ci chiama, una platea di ragazzi, una comunità educante, all’interno della quale magari iniziare a formare i prossimi allenatori/educatori, una comunità che interagisce con questa nostra iniziativa. Abbiamo a disposizione tre o quattro mesi, un paio di incontri a settimana.
Avendo vissuto questa esperienza con i ragazzi posso descrivere la scena iniziale: chi si presenta in tuta e non aspetta altro che iniziare, chi in jeans e sneakers, chi ci guarda con sufficienza, chi comincia a porre obiezioni, chi ha già giocato a pallavolo e se la tira, chi pensa che in fondo è uno sport per sfigati.
Se pensiamo che in questa situazione ci si possa mettere ad insegnare un palleggio sbaglia di grosso. Così sbaglia anche chi pensasse che a quel punto si monta la rete nella struttura che abbiamo a disposizione, si fanno due squadre e alla meno peggio si cerca di fare un po’ di gioco, in fondo l’importante non è divertirsi e far giocare tutti?
No, quei ragazzi si meritano qualcosa di serio e importante. Forse qualcuno si aspetta qualcosa da contestare, ma certamente dobbiamo impostare un intervento serio e credibile perchè questa è l’aspettativa anche della tipa con le sneakers, che swapa e che forse al primo salto si scaviglia di brutto.
Su tutto l’apparato che regola un intervento del genere, in una scuola, in un oratorio, in un ente di promozione sportiva ho scritto ne Il Gioco di Sophia, nato da un lavoro per un master in Consulenza filosofica, ma soprattutto da tanta pratica. E’ disponibile gratis su Kindle Unlimited e a 99 centesimi per chi voglia leggerlo. Non ci torno.
Quello che qui mi interessa puntualizzare è proprio il momento della pallavolo. Cosa faccio quando entro in palestra?
All’inizio servono istruzioni, ripetizioni, correzioni. Sono strumenti necessari. Ma il loro scopo non è creare dipendenza o soldatini tutti uguali. La tecnica, quella codificata nel “si fa così” serve all’atleta per entrare nel gioco con libertà crescente. Ecco, la libertà. Più siamo inquadrati in uno schema, anche tecnico, e meno siamo liberi. Per questo motivo, una volta appresi gli elementi essenziali del linguaggio sportivo, questi stessi elementi vanno dimenticati.
Quanto? Come?
Immaginiamo una squadra composta da ragazzi di quattordici anni che non abbiano mai giocato a pallavolo.
Il lavoro analitico sul palleggio (come mettere le mani, come utilizzare i polsi, dove intercettare la palla…) lo faccio per una settimana venti minuti ad allenamento. Basta e avanza per i miei scopi... e non solo per i miei scopi.
La filosofia, scrive Ludwig Wittgenstein alla fine del Tractatus, è una scala: serve per salire, ma “quando vi si è saliti, bisogna gettarla via”.
Anche la tecnica sportiva funziona così.
Non faccio questo soltanto perchè il ragazzo così impara meglio (penso che sia così, ma non è la priorità) è una questione di espressione e connessione.
ESPRESSIONE: cerco di stimolare la libera espressione del ragazzo nel gioco. Una volta fornito un elemento basico di “come fare” voglio che esprima il suo personale modo di farlo. Sbaglia? Un feedback ad allenamento. Ma non prescrittivo!
Un feedback funziona così. Il ragazzo ha palleggiato e la palla è andata dietro alla sua testa, anzichè verso l’obiettivo ideale.
Non lo assillo con istruzioni, ma gli chiedo: perchè la palla è andata dietro la tua testa?
Se il ragazzo risponde in modo plausibile bene.
Altrimenti si prosegue. Dove l’hai intercettata? Era davanti alla fronte? Le mani avevano la giusta impostazione? I polsi come si sono comportati?
CONNESSIONE. Se facciamo sport inclusivo a maggior ragione siamo tutti connessi. Si deve lavorare sulla interdipendenza e quasi mi fa comodo che il palleggio o il bagher non siano perfetti. Chi attacca non deve soltanto “risolvere”, alla Velasco, chi attacca aiuta il compagno che ha sbagliato l’alzata e più l’aggiusta, meno si nota l’imprecisione del compagno.
Attaccare un pallone sbagliato diventa un atto di solidarietà!
Questo schema vale per il singolo, ma vale soprattutto per il gruppo. Un gruppo che cresce con un pattern consolidato tecnico, comportamentale, tattico, è difficilmente inclusivo.
Più i nostri gruppi sportivi sono omologanti, più difficile sarà includere.
Cosa c’è di più omologante di una squadra fatta con lo stampino? Chi ha una rincorsa al contrario è out. Invece quello che conta è che la palla vada di là è se uno ha la rincorsa al contrario gliela lasciamo volentieri.
In questo contesto l’approccio ecologico è molto più di una metodologia sportiva.
Mette al centro la relazione tra persona e ambiente. Non il gesto ideale astratto, ma la capacità concreta di orientarsi nella differenza.
Ed è qui che emerge anche il suo valore inclusivo.
In un modello ossessionato dalla forma perfetta, chi apprende più lentamente viene escluso troppo presto: “non è portato”, “non ha tecnica”, “non è coordinato”. L’errore diventa una colpa, un condizione.
In un ambiente ecologico, invece, ogni atleta può esplorare soluzioni differenti. Il gioco chiede adattamenti efficaci. Differenze fisiche, cognitive, emotive diventano risorse da integrare, non difetti da eliminare.
Questo produce qualcosa che va oltre lo sport.
Abitua a leggere contesti complessi. A tollerare l’incertezza. A prendere decisioni senza attendere continuamente istruzioni esterne. A non identificarsi con la prestazione individuale.
In altre parole: forma persone più autonome, consapevoli, protagoniste.
La scala, la capacità tecnica, serve.
Ma il suo senso è permetterci, prima o poi, di camminare senza guardare continuamente i gradini. Soprattutto di non guardare come gli altri salgono.
