Perchè ho scritto un libro? Perchè leggerlo?
La domanda più difficile è la prima. Ho scritto un libro sostanzialmente per comunicare quello che ho da dire sulla pallavolo, sull’apprendimento, sull’approccio all’allenamento e soprattutto sull’educazione.
Ho tentato di farlo nel modo più convincente, intrecciando la teoria con una storia, che l’editore ha giudicato di sapore noir. L’ho fatto per renderlo più divertente, ma anche perché la teoria in queste cose non basta. Bisogna metterla sul campo. Allora, visto che non sono in grado di mostrare in un libro il processo che mi ha cambiato ed ha cambiato il mio modo di stare in palestra in oltre quaranta anni di sport, ho pensato di dar voce alla storia di un coach strampalato ed incasinato, un tal Marco Benetti, che mi somiglia solo nella capacità di mettersi nei guai.
Perchè leggerlo?
Perchè questo libro non lo ha scritto Velasco. Non lo ha scritto Bernardi. Non lo ha scritto uno forte. Non lo ha scritto neanche Carlotto, anche se Benetti avrebbe meritato la penna di un grande autore. E’ stato scritto da un povero Cristo che gira i campi di periferia, che fa i conti con genitori, dirigenti, il proprio tempo e la propria famiglia. E’ scritto per poveri cristi che fanno i genitori, i dirigenti, gli atleti ed i genitori e ci sono tanti più poveri cristi che allenatori top.
Senza offesa:
anche tu che leggerai sei uno qualunque, esattamente come chi lo ha scritto.
Mi piacerebbe discuterne e parlarne. Parlare dell’approccio ecologico, di cosa significa trasmettere valori attraverso lo sport, di quali siano questi valori da trasmettere e soprattutto se sia giusto trasmettere valori. Mi piacerebbe ricevere domande sui personaggi del libro, raccontarli, farli riconoscere quando il lettore li incontrerà per strada.
Quindi ti tocca leggere il libro e parlarne.
