Dipendenze digitali: tra tecnologia e percezione

Nell’ambito della preparazione di un intervento sulle pratiche filosofiche a prevenzione e contrasto delle nuove dipendenze, che utilizzerà anche attività sportive e teatrali, ho voluto ascoltare alcuni genitori, educatori e ragazzi interessati dal progetto. Una piccola indagine, senza alcun valore statistico, ma che ha fatto emergere una rappresentazione ricorrente:

quasi tutti gli intervistati riconoscono una dipendenza dei ragazzi dai dispositivi digitali, ma questa nuova forma tende a essere considerata alla stregua di altre dipendenze.

Chi controlla il telefonino in mano ai ragazzi riferisce tempi di utilizzo che vanno dalle quattro ore nei giorni scolastici fino alle otto ore al giorno d’estate e nel week end. Alcuni genitori mi raccontano di aver controllato il telefono dei ragazzi in questi mesi roventi e si arriva alle dieci ore di permanenza giornaliera sul dispositivo. Non tutti i device dispongono del parental control, i genitori lavorano fuori casa e non resta loro che controllare regolarmente il tempo di utilizzo. Altri genitori non utilizzano mezzi di controllo, ma tutti, nessuno escluso, riconoscono un utilizzo eccessivo di questo strumento. Molti sono consapevoli di non poter rimproverare i figli perché affetti dalla stessa sindrome.

Quando si approfondisce la percezione che i genitori hanno di questo fenomeno il quadro cambia. Il dato emergente è che il telefonino finisce nella stessa categoria della televisione, delle slot machine o delle sostanze stupefacenti, magari la pillolina, pur pericolosa, che con tanta frequenza gira in discoteca: meglio otto ore al giorno sul telefonino che drogarsi!  Anzi, rispetto alle droghe da discoteca quella digitale viene avvertita come meno pericolosa e più facile da estirpare con una decisione personale. Questione di volontà, dicono.

Ci sono tre elementi di consapevolezza: a) quella dal device è una dipendenza soft b) così fan tutti c) smetto quando voglio.

I genitori che hanno interagito sul tema con i loro figli si sono preoccupati di avvertirli su truffe ed adescamenti possibili in rete.

Questo breve articolo tende a esplorare alcune caratteristiche peculiari, quanto inquietanti di questa dipendenza in vista di un intervento di prevenzione centrato sulle pratiche filosofiche. C’è inoltre l’aspetto legato all’AI che sarà oggetto di un ulteriore articolo specifico, ma che per ora viene solo sfiorato.

L’ipotesi dalla quale partiamo è questa: la dipendenza digitale non è necessariamente il punto di arrivo, ma il presupposto emergente del problema.

Ok, siamo tutti collegati. Ma cosa facciamo tutto il giorno sul telefonino? Lavoriamo, studiamo, interroghiamo l’AI, le chiediamo di trasformare file, immagini, eseguire operazioni. Restiamo in contatto con una serie pressoché infinita di persone. I device ci aiutano a fare tante cose interessanti e questo è uno degli aspetti che ci attraggono e ci fanno abbassare la guardia. Poi ci sono i giochi e soprattutto i social. Infine lo scroll, l’elemento più grave e causa della dipendenza.

L’utente resta con il collo piegato sul telefonino, in una posizione innaturale, perché, restando collegato, possa essere esposto continuamente ad una rappresentazione del mondo.

Questo non riguarda solo l’approvvigionamento diretto di notizie, più o meno esplicite, più o meno attendibili. Immagini, clip, post e tutto quello che vediamo ci offrono una idea di come vadano le cose. Una rappresentazione, appunto.

L’uso compulsivo dei device ci colloca in un ambiente dal quale ricaviamo e percepiamo un mondo. La dipendenza, nel suo fondo, non è dallo strumento (social, AI, o qualsiasi cosa si possa fare attraverso un piccolo schermo) ma dalla rappresentazione che ci fornisce quotidianamente, in maniera dinamica e circolare. Con l’uso massiccio dei device riceviamo un bisogno indotto di una rappresentazione digitale del mondo.  

Il telefonino con tutto quello che contiene è uno strumento efficace e più crea dipendenza e più è efficace nel trattenerci incollati. Eppure le categorie per interpretare questo fenomeno non ci mancano. Per mostrare in una immagine quello che succede possiamo utilizzare un noto mito della filosofia antica.

La caverna di Platone già spiega molto.

Il testo di riferimento è quello che troviamo in Repubblica, libro VII, 514a–521b. Il posto nel quale il più importante filosofo dell’antichità ci parla della Caverna non è casuale. Stiamo nel cuore di un testo in cui Platone si occupa della costruzione di uno Stato ideale.

Vale la pena riassumere la storia: alcuni uomini sono incatenati fin dall’infanzia in una caverna e vedono soltanto ombre proiettate su una parete. Quella è l’unica rappresentazione della realtà di cui dispongono. Uno di questi uomini si libera ed esce dalla caverna: dapprima la luce lo ferisce, poi comprende che le ombre erano solo apparenze. All’esterno, scopre prima il mondo reale e infine il sole, simbolo dell’Idea del Bene. Tornato nella caverna per liberare gli altri, viene deriso e osteggiato.

È abbastanza evidente la trasposizione che possiamo fare tra un mondo artefatto che ci viene rappresentato dai device vs un mondo reale, fuori dalla caverna.

Purtroppo, nel caso della dipendenza digitale, la questione è anche più complicata, parecchio più complicata.

Il punto non è l’ombra sulla quale stranamente siamo oggi concentrati, cioè il telefonino e le applicazioni che contiene. Il nodo è la rappresentazione che ci facciamo dell’immagine proiettata dal piccolo schermo che teniamo in mano h24.

Il vero potere dei social media non consiste soltanto nel rubare tempo, creare atteggiamenti compulsivi, distrarre. Certo, questo sarebbe già abbastanza inquietante: in letteratura le nevrosi prodotte dall’uso del device sono ampiamente descritte.  Se tuo figlio invece di studiare sta attaccato ad un telefonino la cosa è preoccupante di suo. Se lo facciamo anche noi adulti, e lo facciamo spesso, dobbiamo preoccuparci ancora di più.

Questa situazione è frutto casuale dell’evoluzione tecnologica o qualcuno lavora per indurre minori a stare attaccati al telefonino? Se sì, perché?

Che qualcuno induca miliardi di persone a focalizzarsi su un minuscolo schermo non sembrano esserci dubbi. In questo 2026 una ventina di Stati statunitensi hanno intentato una causa contro Meta (Zuckerberg) per avere introdotto nei suoi social algoritmi che legano volontariamente i ragazzi allo scroll continuo e compulsivo. Quando i primi tribunali hanno cominciato a sfogliare le carte degli avvocati, Meta, al fine di concludere il processo, ha ritenuto conveniente procedere ad una transazione per diciotto miliardi (!). È vero che il patto stragiudiziale esclude esplicitamente l’ammissione di colpa, ma non paghi 18 miliardi se non pensi di poter perdere la causa. Soprattutto nessuno intenta una causa temeraria contro una società che ha un patrimonio superiore a quello di una Nazione sovrana.

La domanda, forse banale, diventa: perché i proprietari del giocattolo ci vogliono sullo schermo?

La risposta immediata è altrettanto evidente: per vendere. Le grandi aziende tech non solo vendono cose concrete, ma vendono click, acquisiscono dati su abitudini, gusti, idee politiche. Questo è chiaro come l’acqua. Come è acclarato che chi volesse condizionare le elezioni in qualsiasi paese del mondo ha oggi gli strumenti per farlo, introducendo e replicando all’infinito false informazioni attraverso trolls automatizzati, agenti AI, fake news replicate da call center di trolls ed ogni genere di attività veicolata attraverso quella terza mano in possesso di ogni abitante del pianeta. Non si tratta di semplice soft power, ma di un condizionamento che può essere esplicito e subliminale.

Le grandi aziende tecnologiche della comunicazione vendono anche propaganda, mirata ed efficace.

Non abbiamo attualmente gli strumenti per impedirlo e a quanto pare nessuno è interessato a farlo.

Il centro della dipendenza è la nostra propensione ad accogliere l’ambiente percettivo veicolato dal piccolo schermo. La cosa da sapere è che questo ambiente è tagliato su misura in maniera artificiale per ciascuno di noi.

È utile però farci un’idea di come funziona questo meccanismo, che per impatto globale e antropologico non ha eguali. Anche la Rivoluzione industriale è uno scherzo al confronto di quello che sta succedendo.

Un algoritmo acchiappa tempo!

Il funzionamento delle piattaforme digitali è costruito intorno a un principio semplice: più tempo trascorriamo all’interno dell’ambiente digitale, maggiore è la quantità di dati che produciamo e maggiore è la possibilità di influenzare il nostro comportamento successivo.

Quello che interessa l’aspetto della dipendenza è un altro elemento: più tempo passiamo sul device e più siamo indotti a passare tempo sui device.  Più’ mi lego alla dipendenza e più sono dipendente. Tutto e subito. Non c’è neanche quella finestra di appagamento che può darmi una droga tradizionale. Certo, questo è anche il fenomeno che riscontriamo nelle slot machine ed in altre dipendenze fuori dal meccanismo delle sostanze chimiche. Ma nelle slot c’è il limite dei soldi: quando ho finito i gettoni torno a casa e corro a procurarmeli in qualsiasi modo. Qui l’unico limite sono la ricarica della batteria, il Wifi o quante tacche abbia la connessione. Non a caso merci per le quali un dipendente dal device potrebbe uccidere.

Lo scrolling infinito elimina i punti naturali di arresto. Le notifiche ci richiamano continuamente. Un bip su un nostro post, commento, messaggio whatsapp produce una piccola scarica di dopamina, fino a farci diventare schiavi di quel bip e quando quel bip non c’è siamo frustrati dalla sua assenza.

Like, commenti e condivisioni introducono forme di gratificazione sociale intermittente. Ogni elemento introdotto dallo scroll tende a ridurre la probabilità dell’interruzione. Pavlov è stato tirato a lucido: il nostro rapporto con i social è quello di una scimmia o di un cane con un premio che rafforza un comportamento. Invece del bocconcino di cibo ci viene fornita una notifica.

Ok, siamo ad un punto condiviso: i nostri telefonini ci portano in un campo che crea dipendenza. Questo lo sappiamo. Però la nostra ipotesi di partenza era più ambiziosa: la dipendenza, o almeno il comportamento compulsivo, piuttosto che essere fine a sé stesso è funzionale a qualcosa di ancor più pericoloso.

L’ attenzione può essere monetizzata attraverso pubblicità, profilazione, vendita di servizi.

È vero.

Ma è soltanto una parte della risposta.

Un utente che rimane all’interno di una piattaforma non offre soltanto tempo e neanche offre soltanto i dati della propria vita. Offre sé stesso mettendo sul piatto la sua disponibilità percettiva.

Quando apriamo un social network possiamo avere l’impressione di affacciarci sulla realtà. In fondo la gente pubblica la propria vita, vende i propri prodotti, esprime le proprie opinioni. Noi, come tutti gli altri utenti, facciamo lo stesso, riceviamo like, unlike, commenti, richieste di amicizia, messaggi. È una grande piazza. Cosa c’è di male a frequentarla? In realtà non ci sarebbe niente di male, se lo facessimo per un tempo congruo e consapevoli che è tutta una grande illusione.

Può sembrare il mondo, ma quello che vediamo non è neanche il nostro mondo.

Facciamo un piccolo esperimento: su facebook ho circa 2800 follower e ne seguo la metà. Se scrollo il mio wall vedo qualche commento dei soliti amici e una serie di notizie e post. Molti sono di persone che non conosco, pagine di giornalisti più o meno noti, gruppi locali, gruppi ai quali mi sono iscritto. Ci sono contenuti liberi e contenuti che vengono promossi attraverso la pubblicità che META incoraggia vendendo i dati dei suoi utenti. Funziona così: pubblico un post e posso scegliere che quel post sia proposto in evidenza ad un pubblico che circoscrivo, ad esempio voglio che il mio contenuto sia proposto a persone tra i trenta e i cinquanta anni, che abitano nel Lazio e che hanno interesse per la pallavolo. Pago e per un paio di caffè al giorno META me lo piazza in cima ai post che vedranno le persone che ho selezionato e mi dice quante visualizzazioni e persino quanti click posso aspettarmi. Funziona.

Sotto questo contenuto a pagamento e targettizzato, sul wall di ciascuno di noi ci sono due famiglie di contenuti: il primo è di quelli che riproducono il mio pensiero, i miei gusti, le mie abitudini e di persone con le quali  ho interagito. Il secondo gruppo, fortunatamente minoritario, è fatto di opinioni che detesto, gente che mi è lontana, che mi fa venire voglia di commentare con insulti. 

Ma ora mi viene in mente un amico fb del quale non vedo più niente. Forse è morto o semplicemente non scrive più. Sono preoccupato, mi manca. Vado a prendere la lentina di ricerca e digito il suo nome. Fortunatamente il mio amico è in ottima salute e scrive anche parecchio. Solo che per qualche motivo non compare nel mio scroll.

Perché?

Non conosciamo il movente, ma conosciamo il responsabile: MR Algoritmo. Per qualche motivo, che non viene reso pubblico, l’algoritmo ha deciso che i contenuti del mio amico non devono comparire tra le cose che mi appaiono appena apro il social. Però mi compaiono tutti i post degli amici che hanno interesse per il padel, sport che detesto. Mi  viene voglia di scriverci sotto frasi del tipo: “non puoi drogarti come tutti gli altri?”.  Anzi, da qualche tempo alcuni social ci fanno scegliere: mostra di più/mostra di meno. E noi forniamo gratis altre informazioni in cambio della visualizzazione di contenuti più mirati.

Mr Algoritmo fa tante cose: stabilisce priorità, amplifica alcuni contenuti, ne riduce altri. Inoltre, decide la successione degli stimoli e soprattutto impara dai nostri comportamenti. Impara quali immagini ci trattengono, quali ignoriamo, quali temi ci irritano, quali argomenti confermano le nostre convinzioni, quali persone siamo portati ad approvare, quali siamo predisposti a detestare.

Il feed non è quindi una finestra trasparente sulla realtà. Nella migliore delle ipotesi è una grande sceneggiatura, costruita ad hoc per ciascuno di noi.

Questo film proiettato in maniera differente su ciascuno dei nostri schermi ha due elementi:

  1. Produce una rappresentazione significativa per me;
  2. Dipende in gran parte dalle scelte che ho fatto in precedenza.

La rappresentazione è relativamente prevedibile: se mi soffermo su fatti che raccontano una criminalità diffusa, percepirò un mondo più pericoloso e mi sarà proposta una rappresentazione in linea con la mia percezione preponderante.  Il mondo sarà sempre più pericoloso ed io sarò sempre più propenso a desiderare sicurezza.

Questo rafforza la mia visione del mondo e la conforta, esattamente come il bocconcino di cibo nella teoria del riflesso condizionato. L’algoritmo ci tratta come scimmiette. A differenza delle scimmiette, però, questo modo di fare e di essere crea e rafforza la mia rappresentazione della realtà depurata da ogni possibilità critica. Mi sto infilando in un meccanismo che rafforza la doxa.

Gli analisti non credono che l’algoritmo proceda per tesi, non è così stupido. Offre la rappresentazione della realtà tagliata per ogni singolo utente. L’algoritmo ha un approccio ecologico: offre un ecosistema che produce percezioni, le quali, in modo razionale e subliminale producono comportamenti, che possono essere orientati al consumo, alle abitudini di vita, alle idee politiche. Mr Algoritmo ci crea una situazione e se è vero che io sono io e la mia situazione (Ortega y Gasset), questo signore produce me stesso.

Dalla dipendenza alla costruzione della percezione

Non siamo davanti soltanto a piattaforme che cercano di renderci dipendenti. Siamo davanti a piattaforme che hanno bisogno della nostra dipendenza perché la permanenza permette di esercitare una continua influenza sul nostro orizzonte percettivo.

La dipendenza diventa così funzionale alla costruzione di una rappresentazione del mondo che determina le mie scelte e il mio modo di essere.

La piattaforma non solo seleziona il mondo che vedo, ma orienta la mia percezione della realtà in base alla mia propensione originaria. Poi succede una cosa: reagisco a quel mondo con commenti, like, indifferenza. La piattaforma registra la mia reazione e utilizza quella reazione per selezionare il mondo che vedrò successivamente. Più tempo resto, più contenuti orientati ricevo. Ma il sistema va oltre. Più contenuti ricevo, più il sistema apprende dalle mie reazioni. Più apprende, più è capace di selezionare ciò che può trattenermi, emozionarmi, indignarmi o rassicurarmi.

Il processo diventa circolare.

Non siamo soltanto osservatori, ma partecipiamo a un circuito di retroazione. E quel circuito progressivamente restringe e orienta il mio habitat cognitivo.

Il passaggio decisivo: dalla selezione alla Weltanschauung

Una Weltanschauung è una visione del mondo: analisi, valori, idee, comportamenti costituiscono il nostro sguardo sul mondo. Qui il problema passa dalla competenza psicologica a quella filosofica, sociologica, politica. La nostra visione non è soltanto un’opinione su un singolo argomento.

È l’insieme, spesso implicito, delle categorie attraverso le quali interpretiamo la realtà.

Che cosa consideriamo vero, che cosa consideriamo normale, chi consideriamo affidabile, chi consideriamo pericoloso. Ma anche il nostro atteggiamento intimo: che cosa riteniamo desiderabile, che cosa riteniamo vergognoso, quali eventi giudichiamo importanti, quali problemi consideriamo urgenti.

Nessuno nasce con una Weltanschauung  pre installata, tutto dipende dalla percezione che abbiamo del nostro ambiente di relazioni e dalla rappresentazione che ci siamo fatti di questo ambiente. Fino a qualche decennio fa la visione del mondo si formava attraverso molteplici agenzie: la famiglia, la scuola, l’educazione con la sua rete di educatori, la religione, i libri, le società sportive e gli oratori, ma anche i media tradizionali: giornali, tv… Poi c’erano le appartenenze politiche, esistevano le sedi e le scuole dei partiti. Ad un certo punto nella vita dei ragazzi subentrava l’ambiente di lavoro, quello universitario. In tutto questo il contesto sociale di appartenenza era ben delimitato e circoscritto.

Oggi una parte crescente di questa funzione passa attraverso piattaforme private ed è qui che si apre un problema enorme. Perché è evidente che queste piattaforme, al di là della buona o cattiva fede di chi le possiede, non organizzano la realtà secondo criteri di verità, completezza o interesse pubblico.

Una struttura capace di determinare la rappresentazione del mondo di ciascun utente detiene anche un potere culturale e politico. Non stiamo parlando di complotti: il problema è oggettivamente strutturale. Basta osservare l’enorme asimmetria di potere. Da una parte miliardi di utenti che vedono soltanto il proprio feed.

Dall’altra poche imprese che vedono il comportamento aggregato di miliardi di persone e possiedono gli strumenti per modificare ciò che ciascuno di loro vedrà il giorno dopo.

L’illusione della libertà

Questa asimmetria è tanto più efficace quanto meno viene percepita. La realtà è che ciascun singolo utente sente di scegliere liberamente. Apre l’applicazione con un suo gesto volontario, scrolla ed interagisce volontariamente. Nessuno obbliga nessuno a mettere un pollice alzato, commentare, condividere.

Eppure, la libertà formale del gesto non coincide necessariamente con l’autonomia del percorso e soprattutto è limitata da un ambiente percettivo limitato e selezionato.

Posso scegliere tra i singoli contenuti che mi vengono mostrati, ma non scelgo l’insieme dei contenuti, tra i quali mi viene consentito scegliere. Questo è il punto decisivo: l’ambiente percettivo è strutturato e organizzato da Mr Algoritmo.

Proprio in questi giorni abbiamo avuto una conferma delle nostre preoccupazioni: a darcela è stato uno che sta dall’altra parte. Amodei, il CEO di Anthropic, l’azienda che mette sul mercato l’AI Claude, ha chiesto di rallentare: entro sei mesi le intelligenze artificiali possono essere in grado di controllare tutto l’universo internet, oltrechè fare altre cose non proprio edificanti. La risposta del Presidente Trump è significativa: ma come? Proprio adesso che siamo ad un passo? Chi controlla l’AI controlla il mondo.


Un’esperienza personale

Nel corso degli ultimi mesi ho calato in rete alcune esche, oltreché osservare come funzionassero quelle gettate dagli altri. Alla fine, il pesce ha abboccato.

Normalmente i miei post sui social raggiungono una cerchia relativamente limitata di persone.

Utilizzo prevalentemente questi strumenti per condividere idee, riflessioni e contenuti legati alla mia attività professionale. Da tempo riduco al minimo post che riguardano la mia vita privata, almeno una cosa la nego a Mr Algoritmo: i miei affetti personali.

Durante l’estate ho pubblicato un post su una giocatrice di basket americana. La tipa è Sophie Cunningham  ed è nota per aver tenuto per ventidue secondi il proprio dito puntato contro un’avversaria particolarmente irritata e aggressiva.  C’è da dire che la tipa è stata reclutata, non so quanto consapevolmente e non mi interessa, nella campagna anti woke, perché la sua reazione con il ditino armato era destinata agli atteggiamenti ritenuti violenti, arroganti e prepotenti messi in essere da atlete americane di colore che a causa della cultura woke egemone  si sarebbero sentite non perseguibili neanche da un arbitro di basket.

Esprimevo una posizione controcorrente: interpretavo il gesto di puntare il dito verso un’avversaria come un gesto aggressivo e ritenevo improprio trasformarlo automaticamente in un simbolo di resistenza pacifica. La stessa atleta, del resto, aveva commentato che quella era la cosa più stupida che avesse potuto fare.

In poche ore questo mio post ha raggiunto circa 260.000 visualizzazioni e oltre 28.000 interazioni. Ora se pensiamo che un quotidiano di buona tiratura vende 50.000 copie e che all’interno ogni singolo articolo è letto solo da una parte di quelli che comprano il giornale, ci rendiamo conto delle dimensioni.

Da qui mi sono messo a fare una statistica sui commentatori. Gran parte dei commenti proveniva da persone fortemente ostili alla posizione che avevo espresso. C’erano anche molti like, ma chi condivideva la mia posizione era quasi intimidito, l’ho notato dai commenti favorevoli, che sembravano da una parte desiderosi di trovare un’espressione pubblica, dall’altra timorosi di ricevere la mole di critiche pesanti che stava bersagliando il mio post, in buona percentuale frutto di trolls e boot.

Non posso conoscere i passaggi attraverso i quali Mr Algoritmo abbia prodotto quella diffusione. Posso però osservare il risultato.

Un contenuto conflittuale è stato mostrato in misura enorme a persone predisposte a reagire, ad agenti AI ed a trools.

Il conflitto ha prodotto commenti, i commenti hanno prodotto repliche, le repliche hanno prodotto ulteriore permanenza.

Mr Algoritmo aveva trovato un contenuto di un italiano per niente conosciuto capace di funzionare. Ma ciò che mi interessa maggiormente è un altro elemento.

Per tre centinaia di migliaia di persone, in quelle ore, io ero diventato una parte del loro mondo digitale e contribuivo con il mio post alla rappresentazione del mondo che ricevevano.

La rappresentazione della quale ero entrato a far parte era quella del mondo woke e anti woke.  Avevo fatto un post sulla comunicazione prossemica, ma questo non interessava a nessuno, perché un sistema aveva stabilito che quel conflitto sul woke meritava di essere amplificato.

Non solo la Caverna. Platone aveva posto la domanda giusta

Il problema della relazione tra tecnica e conoscenza accompagna la filosofia sin dalle sue origini. E siamo sempre a lui: nel Fedro, Platone racconta il mito dell’invenzione della scrittura. Theuth presenta la scrittura come uno strumento capace di aumentare memoria e sapienza. Thamus risponde che potrebbe produrre anche l’effetto opposto: gli uomini potrebbero scambiare la disponibilità delle informazioni per autentica conoscenza. Non solo: se due interlocutori parlano tra loro ognuno può difendere il proprio argomento, aggiustarlo, cambiare idea. Un argomento scritto è buttato lì, abbandonato a sé stesso.

Platone è morto nel 347 AC, quasi duemilacinquecento anni fa. Di acqua sotto i ponti ne è passata, ma il punto è sempre lo stesso. Ogni tecnologia cognitiva e di comunicazione modifica il nostro rapporto con il mondo. La scrittura modifica la memoria rispetto alla tradizione orale. La stampa modifica la platea dei destinatari dei libri, quindi delle persone in grado di partecipare al sapere colto. La televisione modifica il rapporto tra immagine e realtà, rende omogena la lingua, produce la possibilità di una propaganda su larga scala.

Gli algoritmi digitali introducono qualcosa di ulteriore.

Non si limitano a conservare o trasmettere informazioni. Scelgono continuamente quali informazioni presentarci. E lo fanno individualmente per miliardi di esseri umani. Due persone sedute una accanto all’altra possono aprire la stessa applicazione e ricevere due rappresentazioni completamente differenti della realtà.

Due mondi, due gerarchie di problemi, due differenti insiemi di nemici e amici, due sistemi di priorità.

Se la mia conoscenza della realtà passa sempre più spesso attraverso un sistema che seleziona per me ciò che è degno di attenzione, creando il mio habitat percettivo, ed è veicolata da strumenti che creano dipendenza, quanto della mia visione del mondo appartiene ancora realmente a me?

Quale spazio pedagogico ci resta

Per tutto quello che ho tentato di esporre fino ad adesso credo che parlare semplicemente di “nuove dipendenze” a proposito del mondo dei device e dei social sia insufficiente. Se il problema fosse soltanto la dipendenza, l’obiettivo educativo sarebbe relativamente semplice.

Ridurre il tempo di utilizzo, spegnere il telefono, stabilire regole, introdurre pause. Sostituire il bisogno del device con la corporeità che ci può dare lo sport, la rete di relazioni. Ogni buon educatore già lo fa. Il sistema preventivo di Don Bosco è molto aged, ma funzionerebbe. Sostituiamo i device con qualcosa: gioco, sport, teatro, cinema, cultura. I ragazzi saranno indotti a perdere interesse per quell’attrezzo dal quale dipendono.

Qualsiasi educatore sa che questi interventi sono utili sul momento, ma inutili nel medio termine. I produttori di telefonini e i proprietari di piattaforme non sono stupidi. Hanno introdotto nei loro sistemi meccanismi di parental control, di limitazioni del tempo quotidiano possibile da passare su ciascuna applicazione ed altri assolutori sistemi di controllo e autocontrollo. Lo fanno perché costretti dalle deboli leggi in materia, ma anche perché sanno che è del tutto inutile, come scrivere nuoce gravemente alla salute sui pacchetti di sigarette.

Tutto questo non affronta il problema più profondo, nella migliore delle ipotesi riduce i sintomi.

La vera alfabetizzazione digitale dovrebbe allora insegnare a interrogare il dispositivo ed essere consapevoli tanto dei rischi che delle potenzialità. La frase che potrebbe dire una nonna: “ma quello che vedi non è la realtà” è la cosa più saggia che possiamo dire ai ragazzi.

Perché sto vedendo questo contenuto? Perché proprio adesso? Perché questo argomento compare continuamente? Perché una posizione sui temi politici, culturali, sportivi mi sembra maggioritaria? Chi è scomparso dal mio feed? Quali emozioni mi spingono a restare? Chi guadagna dalla mia permanenza? Quali dati sto offrendo attraverso le mie reazioni?

E soprattutto:

il mondo che vedo attraverso lo schermo coincide davvero con la rappresentazione che io avrei se non fossi collegato?

Al tempo stesso la rappresentazione ricevute da un ragazzo attraverso i social ci aiutano a conoscerlo, perché il signor instragram e il signor tiktok conoscono i ragazzi meglio di quanto noi possiamo conoscerli e gli propongono a specchio il proprio habitat percettivo. Con i necessari consensi un buon pedagogo potrebbe apprendere molto sul ragazzo a partire dai contenuti che vengono mostrati a quel ragazzo dai social.

Fuori dalle nevrosi importanti, che trovano cura in un territorio clinico, le pratiche filosofiche possono svolgere una funzione importante . Il buon Platone aveva visto il problema, ma forse non immaginava quanto il suo incubo fosse un sogno entusiasta. I modelli pedagogici del passato sembrano insufficienti. Ho citato lo schema del metodo preventivo di Don Bosco ma anche le più moderne ed attuali teorie pedagogiche fondate proprio su un approccio ecologico, sul sistema di percezioni sembrano deboli. Sono deboli perché la macchina le conosce e le utilizza per il suo scopo: offrire una rappresentazione del mondo attraverso la dipendenza dal device. Attualizzare l’insegnamento di John Dewey, che lega esperienza ed educazione, non sarebbe male, così come non sarebbe male approfondire ogni filosofia del distacco, dall’intramontabile stoicismo, a Meister Eckart, a San Francesco, fino alla Mindfulness. La cosiddetta Consulenza filosofica può molto attraverso pratiche di conversazione socratica e meditazione. Educare all’espressività corporea attraverso il teatro così come assegnare uno spazio circoscritto alle attività di cura del proprio corpo, di competizione sportiva, di wellness, rigorosamente a telefonino spento può essere utili. Ogni intervento è utile. Proibire? Vietare? Limitare? Ha un senso, ma offre anche il fianco ad un pericolo. Che ci piaccia o no queste nuove forme di comunicazione sono le forme di comunicazione della nostra epoca. Abbiamo avuto una accelerazione durante il COVID, con il lavoro da remoto, le riunioni in TEAMS, l’uso smisurato di WhatsApp, ma questo è il nostro mondo e forse è già vecchio, perchè l’AI sta facendo passi da gigante e presto sarà preponderante nelle nostre vite. Nella buona e nella cattiva sorte.

In precedenza abbiamo notato una cosa. Platone pone il Mito della Caverna al centro della Repubblica. Il libro in cui costruisce uno Stato ideale. Doxa ed Episteme, un mondo fake ed un mondo reale sono un problema politico. Se non affrontiamo collettivamente il fondo del problema anche la più efficace teoria pedagogica può essere descritta come l’immagine che abbiamo utilizzato all’inizio: un secchiello che svuota il mare.

La vera sfida è vivere i social con consapevolezza, controllare da basso l’algoritmo, orientare il consumo a scopi pedagogicamente compatibili. Qui si innesta l’enorme capitolo dell’AI.

Un dato rende esplicita una risposta:  Zuckerberg, Bezos, Musk controllano gran parte dei social ed hanno partecipazioni decisive nelle società di sviluppo dell’AI. Il loro patrimonio personale aggregato oscilla tra i milleduecento miliardi e i millecinquecento miliardi. Tanto per dare un’idea questi tre uomini possiedono una ricchezza pari al Pil delle Regioni italiane a nord di Firenze. Un accordo da diciotto miliardi in dieci anni per META rappresenta una multa per divieto di sosta per un normale abitante di questo pianeta.  Purtroppo solo una loro decisione condivisa può autolimitare lo sviluppo di questo circolo vizioso. Nessuno Stato al momento è in grado e vuole fermarli.

La risposta non può essere solo pedagogica, occorre una Governance mondiale con poteri coercitivi. Ad esempio, gli algoritmi debbono possedere codici pubblici, le architetture informatiche debbono essere trasparenti. Mi rendo conto che in un mondo di fatto deregolamentato per stati e grandi gruppi tutto questo è fantascienza, ma se non riusciamo ad intervenire diventerà distopia.

Conclusioni.  La vera posta in gioco.

La questione delle nuove dipendenze digitali è dunque più grave di quanto suggerisca la stessa espressione. L’aspetto individuale legato alla dipendenza riguarda il comportamento nevrotico di chi è collegato h24, ma ciò che è in gioco riguarda la rappresentazione collettiva della realtà.

Il sistema deve trattenerci perché, trattenendoci, può continuare a mostrarci il mondo attraverso la propria selezione. E una selezione ripetuta migliaia di volte finisce per costruire un ambiente nel quale liberamente ricaviamo le nostre percezioni ed altrettanto liberamente costruiamo una rappresentazione coerente. Ma in logica da una premessa falsa ogni conclusione è falsa. La nostra rappresentazione è doxa, un terribile abbaglio collettivo capace di orientare masse, popoli, nazioni.

Il problema si rende urgente e forse già siamo in ritardo non  soltanto perché poche aziende possiedono piattaforme utilizzate da miliardi di persone ma perché quelle aziende possiedono una leva attraverso la quale possono modificare, direttamente o indirettamente, ciò che una parte enorme dell’umanità considera visibile, rilevante e credibile.

La Weltanschauung contemporanea rischia così di non nascere più soltanto dal confronto tra esperienza, cultura, educazione e relazioni. O meglio: esperienza, cultura, educazione e relazioni vengono selezionate, indirizzate ed organizzate ad personam da un algoritmo oscuro del quale nessuno conosce i codici.

La domanda fondamentale allora non è più soltanto:

quanto tempo trascorrono i ragazzi sui social?

È una domanda molto più inquietante: chi e come sta contribuendo a decidere quale mondo vedranno mentre vi trascorrono quel tempo?

E immediatamente dopo: quale rappresentazione derivata da un ambiente costruito per indurli alla dipendenza finiranno per considerare propria?

Gli interventi pedagogici non possono fondarsi certo sulla proibizione, non avrebbero efficacia alcuna.  La consapevolezza su come possono e debbono essere utilizzati gli strumenti digitali può molto. Che le agenzie educative collaborino ad una rappresentazione del mondo coerente ed alternativa a quella costruita dall’algoritmo è la strada maestra a livello pedagogico, ma non basta. Le forme di espressione debbono ritrovare corpo ed efficacia. Per far questo possiamo utilizzare la forza del mondo digitale: riappropriarci del nostro tempo facendolo lavorare per noi, vivere il mondo reale, ritrovare forme di espressione alte, come il teatro, la scrittura. Mettere in relazione la nostra corporeità, soprattutto attraverso una pratica sportiva sociale e inclusiva, costruire ponti e contatti esattamente come fanno le reti neuronali artificiali, perchè in fondo, dal lato oscuro del web c’è sempre da imparare.

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